(...) Accettare questa solidarietà apre lo spazio per l’assunzione di responsabilità. è questa la chiave che spiega la recente - e purtroppo anche tardiva - evoluzione dell’atteggiamento delle autorità ecclesiali. Si tratta di un vero cammino di purificazione: non temere l’umiliazione di confessare le colpe e il rischio di subire accuse anche ingiuste, avanzare su un percorso di giustizia e, di fronte a comportamenti aberranti, chiedere insieme perdono alle vittime.
è una strada non priva di vergogna e di dolore, ma è l’unica che si presenta oggi alla Chiesa nel suo insieme, una strada che dall’umiliazione porta all’umiltà (da humus, terra: stare con i piedi per terra, nella realtà, non nascondersi dietro una falsa immagine di sé). Il pentimento e la richiesta di perdono non sono una scorciatoia per sviare l’attenzione dalla giustizia e dai processi, come insinua una lettura caricaturale di queste ammissioni; sono la strada per non farsi immobilizzare dal senso di colpa, come singoli e come istituzione.
Esiste infatti una grande differenza tra il concetto di senso di colpa e quello di pentimento, anche se comunemente essi vengono sovrapposti. Il senso di colpa rimane concentrato (e paralizzato) sull’errore che non si sarebbe dovuto compiere, in quanto minaccia alla nevrotica immagine idealizzata di perfezione di sé. La vergogna che esso genera fa assumere una maschera e falsifica la comunicazione, che a volte può addirittura venire evitata, in particolar modo con le vittime dei propri sbagli. Questo rivela il carattere narcisistico ed egoistico del senso di colpa, che conduce a preoccuparsi più della propria immagine che delle ferite e dell’ingiusto dolore degli altri. Nel pentimento, invece, si smette di cercare giustificazioni pretestuose, si fa verità riconoscendo il male compiuto come tale e se stessi come responsabili, ed emerge una reale preoccupazione per le conseguenze, a cui si cerca il modo per riparare. Solo se si abbandona la ricerca ossessiva di come liberarsi del senso di colpa, diventa possibile aprirsi al futuro, nell’impegno di evitare di ripetere gli errori compiuti, come da sempre la Chiesa propone a chi si accosta al sacramento della riconciliazione.

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