Dentro la città, a fianco degli uomini. Può essere sintetizzato così l’atteggiamento che il cardinale Carlo Maria Martini ha tenuto nei confronti del terrorismo, nei lunghi anni del suo magistero episcopale a Milano e, più di recente, nel suo soggiorno di studio e di preghiera a Gerusalemme. Terrorismi diversi, quello dei brigatisti italiani e quello degli estremisti islamici, indagati però con lo stesso sguardo lucido e sapiente. Una vicenda che il cardinal Martini accetta di ripercorrere, partendo dalla ricorrenza terribile ed emblematica del 16 marzo: il trentennale della strage di via Fani. (continua - fai il download dell'intera intervista)

Nuovo luogo della condivisione pubblica in un tempo caratterizzato dalla scomparsa progressiva dello spazio pubblico tradizionale: un po' circolo, un po' palcoscenico, un po' salotto, un po' sezione di partito, un po' piazza, un po' caffè. I diari in rete rappresentano modi diversi di sentirsi comunità. Non più comunità locali, e localistiche, basate sulla prossimità geografica, residenziale, cittadina, ma su forme inedite di appartenenza. (continua - fai il download dell'intero articolo)

Ed eccomi al crepuscolo di una esistenza che ho condotto il meglio possibile, ma che rimane incompiuta. Il Tesoro che vi lascio, è il bene che io non ho fatto, che avrei voluto fare e che voi farete dopo di me. Possa solo questa testimonianza aiutarvi ad amare. Questa è l’ultima ambizione della mia vita, e l’oggetto di questo “testamento”.
Proclamo erede universale tutta la gioventù del mondo. Tutta la gioventù del mondo: di destra, di sinistra, di centro, estremista: che mi importa! Tutta la gioventù: quella che ha ricevuto il dono della fede, quella che si comporta come se credesse, quella che pensa di non credere. C’è un solo cielo per tutto il mondo.
Più sento avvicinarsi la fine della mia vita, più sento la necessità di ripetervi: è amando che noi salveremo l’umanità. E di ripetervi: la più grande disgrazia che vi possa capitare è quella di non essere utili a nessuno, e che la vostra vita non serva a niente.
Amarsi o scomparire.

(continua - puoi fare il download del testo)

 

Chi racconta una parabola non intende solamente comunicare un'informazione agli ascoltatori; egli cerca il loro consenso, vuole che facciano una scelta. Deve rispondere alle loro difficoltà e raggiungerà lo scopo solo quando li avrà condotti a comprendere in modo nuovo la situazione. La situazione originale non costituisce dunque una circostanza estrinseca, senza importanza per la comprensione della parabola; questa è un elemento di tale situazione e assume senso solo nel rapporto che l'unisce alla situazione.
In questa linea, mi sembra poter riconoscere che molte delle parabole di Gesù suppongono una situazione in cui egli deve trattare con interlocutori che hanno un modo di vedere diverso dal suo. Anziché intavolare una discussione, che naturalmente finirebbe per aggravare l'opposizione, Gesù racconta una storia. Il dibattito è trasferito su un altro terreno, in cui sarà più facile per lui condurre l'ascoltatore a porsi in un'ottica che, in seguito, gli permetterà di vedere la situazione reale come Gesù la vede. La parabola diviene così lo strumento per condurre il dialogo ed evitare gli insabbiamenti della controversia. (continua)

 

Coltiviamo l’ozio del «fare il meno possibile, che tanto è uguale». Qualcuno deve averci detto che non importa più che ci danniamo l’anima a far bene una cosa, basta farla e il risultato è uguale. La presunta uguaglianza dei risultati! E così, il mondo tira a campare saturando l'aria di approssimazioni e inesattezze. (continua)

 

La tipologia classica della santità porta il marchio di un eroismo da deserto o da chiostro. Collocandosi a una certa distanza dal mondo, tale santità è protesa verticalmente verso il cielo come una guglia di cattedrale. Ai nostri giorni invece l'asse della santità si trova spostato, è più vicino al mondo. In apparenza la sua tipologia e meno vistosa, il suo eroismo resta celato agli occhi del mondo, ma è il frutto d'una lotta non meno reale. La fedeltà alla chiamata del Signore nelle condizioni del mondo fa penetrare la grazia nelle radici stesse di esso, e questa quindi penetra nei solchi stessi della vita umana. (continua)

 

"La purificazione della memoria richiede "un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani", e si fonda sulla convinzione che "per quel legame che, nel corpo mistico, ci unisce gli uni agli altri, tutti noi, pur non avendone responsabilità personale e senza sostituirci al giudizio di Dio, che solo conosce i cuori, portiamo il peso degli errori e delle colpe di chi ci ha preceduto". Giovanni Paolo II aggiunge: "Come successore di Pietro, chiedo che in questo anno di misericordia la Chiesa, forte della santità che riceve dal suo Signore, si inginocchi davanti a Dio e implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli". Nel ribadire, poi, che "i cristiani sono invitati a farsi carico, davanti a Dio e agli uomini offesi dai loro comportamenti, delle mancanze da loro commesse", il Papa conclude: "Lo facciano senza nulla chiedere in cambio, forti solo dell''amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori' (Rm 5,5)". (continua)

 

Ogni violento presume di essere coraggioso, ma la maggior parte dei violenti sono dei vili. Il nonviolento, invece, nel suo rifiuto a difendersi è sempre un coraggioso. Lo scaltro, che adula il tiranno per trarne profitto e protezione, o per tendergli una trappola, non rifiuta la violenza bensì gioca con essa al più furbo. La scaltrezza è violenza, doppiata di vigliaccheria ed imbottita di tradimento. La nonviolenza è al polo opposto della scaltrezza: è un atto di fiducia dell’uomo e di fede in Dio, è una testimonianza resa alla verità fino alla conversione del nemico. (continua)

 

Nell'ultima stagione della sua vita Carlo Maria Martini si confessa ad un confratello austriaco e ne nascono i "Colloqui notturni a Gerusalemme", appena editi da Herder in Germania, che rappresentano il suo testamento spirituale. Confessa di essere stato anche in conflitto con Dio, elogia Martin Lutero, esorta la Chiesa al coraggio di riformarsi, a non allontanarsi dal Concilio e a non temere di confrontarsi con i giovani. (continua)

La pratica eucaristica dovrebbe sviluppare in noi una mentalità perdente, favorire quelle scelte costose che non assicurano automaticamente e immediatamente il successo e i risultati. La piccolezza e non la grandezza. Il servizio e non il dominio. La dedizione disinteressata e non i privilegi e gli onori. Il nascondimento e non l'esteriorità. Una presenza discreta che determina lente maturazioni, e non l'occupazione del potere e le imprese folgoranti. Offerta incondizionata e non pretese. La speranza e la pazienza tenaci e non valutazioni di tipo quantitativo. Il lavoro oscuro più che le rappresentazioni spettacolari. (continua)

Ho raccolto un po’ di materiale apparso sui giornali a proposito del battesimo di Magdi Allam la notte di Pasqua a San Pietro.

La mia considerazione è che la “pubblicità-ufficialità-solennità” di questo evento non si addice all’affetto discreto e rispettoso ben più consono al Vangelo; ritengo quindi una scelta di non-evangelizzazione quella di “approfittare” di una celebrazione così solenne come la Veglia Pasquale presieduta nel cuore della cattolicità dal Vicario di Cristo per battezzare un personaggio pubblico (che, in più, prende spesso delle posizioni molto dure) che proviene dalla fede islamica.

A che pro? A chi giova?

Consiglio in particolar modo una sapiente lettera che richiama a tutti noi lo stile specifico del Vangelo (è l’ultimo dei testi riportati nel file).

 

Dobbiamo subito porci una domanda: quale rapporto c'è tra Gesù annunciatore dell'avvento del Regno e Dio stesso? Il che c'invita ad andare al cuore dell'annuncio di Gesù e della sua prassi, e a scoprire che il loro centro e il loro motore propulsore è precisamente il suo rapporto con Dio, conosciuto e rivelato come Padre. Il Dio che viene è, prima di tutto, il Padre di Gesù di Nazareth. (continua)

 

Accolse nel corpo. Sentì, cioè, il peso fisico di un altro essere che prendeva dimora nel suo grembo di madre. Adattò, quindi, i suoi ritmi a quelli dell'ospite. Modificò le sue abitudini in funzione di un compito che non le alleggeriva certo la vita. Consacrò i suoi giorni alla gestazione di una creatura che non le avrebbe risparmiato preoccupazioni e fastidi. (continua)

L'amicizia con una coppia è importante per molte ragioni e, non ultima, perché avere degli amici è bello e importante in se stesso, sempre e comunque. C'è, però, un aspetto della vita familiare che fa particolarmente bene a un prete celibe: la testimonianza dell'assoluta concretezza dell'amore. (continua)

 


«Parlami ancora di Dio», domanda monsieur Lucien a mademoiselle Rosée abbracciandole il collo. «Avete una voce così dolce quando parlate di ciò che non esiste». (continua)

 

Ci impegniamo noi, senza stare a vedere cosa fanno gli altri; unicamente noi, senza fare i conti in tasca agli altri; né chi sta in alto, né chi sta in basso; né chi crede, né chi non crede. Ci impegniamo, senza pretendere che gli altri si impegnino, con noi o per conto loro, con noi o in altro modo. (continua)

 

Caro don Chisciotte, ha proprio ragione Compay Segundo: “El amor de las mujeres no tiene comparasion”! C’è solo un amore di “tiene comparazione” con quello delle vere donne: quello di Dio! Ovviamente perché sono imparentate con Lui!! (continua)

 

 

Intesa non solo come abbigliamento, ma come immagine, meglio, forma, la moda è il centro della nuova civiltà contemporanea, quella che Gilles Lipovetsky, docente universitario e saggista, definisce la «civiltà del desiderio». (...) Le società democratiche hanno fatto del lusso - elemento destinato nel passato solo alle élite economiche e politiche - il perno centrale della nuova società che Lipovetsky stima dedita all'iperconsumo. (continua)

 

 

L'aldilà in cui credo, lo vedo qui e ora, perché in un certo senso è qui che ha luogo tutto. Questo aldilà inghiotte tutto il tempo e lo supera. E questo che cosa cambia se domani mi dimostrano che non c'è risurrezione e che Cristo non è che uno dei tanti saggi, sia pur il più grande? Ebbene, non cambia nulla, io non cambierò la mia vita né il mio modo di vedere, perché questa speranza fa talmente parte di me, come il colore dei miei occhi, che non potrei privarmene senza privarmi, nello stesso tempo, del respiro e dell'anima. In questo, mi trovo in qualcosa che è più immutabile della pietra. Per me questo sorriso di cui vi parlavo, per quanto evanescente, è incancellabile. (continua)

 

 


Una raccolta di brevi citazioni dai testi di Christian Bobin (in francese, lingua originale)

 

 


I bambini sono gente di viaggio, anime di grandi spostamenti. Quando vengono a questo mondo, non hanno né vestiti, né parole, né denaro, non posseggono nessun altro bene che il bisogno, la fame, le lacrime e il sorriso. (continua)

 

Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo! Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo! Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza. Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità! (continua)

Tale era la magia di Ariane: una rara pienezza d'essere là, fresca, semplificata, semplificante. Mi prendi, mi lasci, ma soprattutto tu non mi fai la lezione, non mi spieghi come occorrerebbe che io sia. Io sono come te un regalo di Dio. Un regalo non si discute. Vivere è così breve, bisogna metterci un poco d'entusiasmo, no? Ariane diceva delle cose di questo genere. Aveva scelto suo marito tra dieci possibilità. Questo matrimonio era un giorno di festa per un uomo e giorno di lutto per nove altri. Un lutto rallegrante, inebriante, colorato: non se ne poteva volere ad Ariane. (continua)

Da parte mia vorrei riflettere quindi sui sensi spirituali come esperienza che il credente fa attraverso la fede cristiana, perché l’incontro con Dio avviene sì nella fede e non nella visione, come ricorda san Paolo nella seconda lettera ai Corinti, ma è un incontro che si impone a tutto l’uomo, spirito e corpo, sensi compresi. (continua)

 

E' vero che tanti nuclei familiari sono "come morti", tanto è difficile, drammatica la loro situazione: dobbiamo guardarle con compassione (come faceva Gesù: "patire con", "patire insieme") e farci vicini con stile amorevole. Ci è d'obbligo una considerazione: anche nella comunità cristiana ci sono tante sante persone che vanno a "visitare" "la" famiglia, ma sul presupposto che essa sia ormai un cadavere rinchiuso in una tomba. Al massimo accorrono con la valigetta del pronto soccorso, nel tentativo, poco convinto, di provare a "ri-animare" una realtà ormai "senza-anima". Quali e quanti giovani accetterebbero di stare dentro una vita tombale?! Ai rianimatori-becchini e a noi, gli angeli del Dio della Vita ancora ricordano: «Non cercate tra i morti la famiglia, che è viva!». (continua)

 

 

Gesù abbandonato è la tenebra, la malinconia, il contrasto, la figura di tutto ciò che è strano, indefinibile, che sa di mostruoso, perché un Dio che chiede aiuto!... è il solo, il derelitto... Appare inutile, scartato, scioccato... Lo si può scorgere perciò in ogni fratello sofferente. Avvicinando coloro che a Lui somigliano, possiamo parlare di Gesù abbandonato. (continua)

 

 

Mi preme qui ricordare piuttosto i tradimenti di un prete che si esprimono anche senza gesti clamorosi, quando ci si mantiene formalmente sul cavallo buono e però si delude una comunità, lasciandola denutrita e triste. (continua)

 

Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente, e l’accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio.
Sì, perché, di solito, la stola richiama l’armadio della sacrestia, dove, con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d’incenso, fa bella mostra di sé, con la sua seta e i suoi colori, con i suoi simboli e i suoi ricami. Non c’è novello sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima messa solenne, una stola preziosa.
Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente, non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore per un giovane prete. Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo.
Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale.
Chi sa che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sacrestie con l’aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le pianete di camice d’oro, tra i veli omerali di broccato e le stole a lamine d’argento! (continua)

" I fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune", che comprende la promozione e la difesa di beni, quali l’ordine pubblico e la pace, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto della vita umana e dell’ambiente, la giustizia, la solidarietà, ecc.  (continua)

La Pasqua di Gesù è il luogo dove è avvenuta - come dice Benedetto XVI - la “più grande mutazione” della vita e della storia. La salvezza sperimentata dai credenti nella morte e risurrezione, è la riconciliazione che si afferma nel corpo della Chiesa e che poi si allarga, come un sasso gettato in uno stagno, all’esperienza di tutta l’umanità, anzi di tutte le cose che sono “ricapitolate” in Cristo, unificate e riconciliate nella pienezza dei tempi. Ci aiuta nella riflessione mons. Franco Giulio Brambilla, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale. (continua)

 

Lavare i piedi... Non c'è dubbio: questo gesto di Gesù è un'illustrazione chiara, concreta ed efficace del comando dell'amore; Gesù vuol dare ai suoi discepoli un insegnamento di quell'umiltà che è base dell'amore. (...) Gesù, lavando i piedi agli apostoli, diviene l'immagine e la trasparenza del Padre; dice chi è Dio: Dio è amore. (continua)

Il fondamento della fede cristiana, celebrato e proclamato soprattutto nella Pasqua, è la passione-morte e risurrezione di Gesù. E’ un fondamento molto fragile, facilmente svuotabile e depauperabile, perché è costituito da un equilibrio delicatissimo tra due eventi, tra loro opposti e contraddittori: la passione-morte, che è evento umanissimo, esperito da ogni uomo al di là della diversa forma concreta che assume, e la risurrezione, evento che è azione di Dio esercitata nella storia solo sull’uomo Gesù di Nazaret. (continua)

 

In tanto inebriarsi di libertà debbono nascondersi delle tare. Come mai, altrimenti, si tollererebbe tanta mancanza sia di libertà da costrizioni e bisogni sia di libertà positiva ed effettiva, di libertà "per" e "di": fare, esistere, creare, amare, ben al di fuori di quei luoghi in cui la negazione della libertà politica e civile è evidente? (continua)

 

 


L'azione dello Spirito e del teologo

 

 

«Non gli uomini della guerra fanno la storia, ma quelli veramente saggi». «Gandhi non è stato premier e Gesù si è lasciato crocifiggere». (continua)

 

 L'esperienza della preghiera è sempre capace di suscitare nel cuo­re del credente "fascino e desiderio". Nel nostro cammino di fede ci sarà sicuramente capitato di incontrare delle persone, anche sem­plici, "di preghiera". Religiosi o laici; adulti, anziani, e magari anche giovani, nei quali abbiamo potuto cogliere la profondità di un'espe­rienza di fede e di preghiera, capace di trasfigurare il loro volto e la loro vita. E di avvertire così in noi il fascino e il desiderio di poter sperimentare, almeno un poco, di quella profondità e di quella luce. (continua)

La risurrezione suppone la morte, il trionfo del Cristo il giudizio. Sono verità di fede elementari, e pur tuttavia, proprio perché sono elementari, non sono solo importanti ma fondamentali anch'esse per la nostra vita spirituale. è sempre il Mistero del Cristo: morte e risurrezione; e non vi è un elemento senza l'altro. (continua)

 

La virtù cristiana sulla quale ci proponiamo di riflettere ha un nome insolito: il "discernimento". Non è nome contemplato nei cataloghi tradizionali delle virtù, di cui parlavano i catechismi di un tempo. Tanto meno se ne parla nei catechismi recenti nei quali a stento si può trovare il nome stesso di "virtù” E,  tuttavia, si tratta di una virtù assolutamente fondamentale e insieme assolutamente rara: dobbiamo riconoscere tutti di possederla in misura assai scarsa. (continua)

 

Ogni Sinodo è importante per la Chiesa, se non altro per la conoscenza reciproca dei vescovi che imparano ad ascoltarsi e a confrontare i loro linguaggi, ormai molto diversi tra loro. Ma i Sinodi si qualificano poi in modo speciale per l'urgenza, la tempestività e la pregnanza dei temi trattati: perciò la prossima convocazione sinodale, che tratterà il tema della Parola di Dio, sarà molto importante per la Chiesa intera. (continua)

Vent'anni dopo la scomparsa del «partito dei cattolici» e l'inizio della loro diaspora in diversi spazi politici privi dell'esplicita denominazione di «cristiani», sembra oggi riemergere la domanda se non sia necessario in qualche misura - senza per questo ripetere vecchie architetture - che i cattolici si ritrovino collocati in una precisa formazione che abbia anche il coraggio di autodefinirsi in un nome e in un simbolo. (continua)

 

In applicazione per la sua diocesi delle linee indicate nella lettera pastorale della Conferenza episcopale calabra Sul­l'uso cristiano del denaro (p. 336-338), ti vescovo di Locri-Gerace mons. Giancarlo Bregantini ha promulgato il decre­to dal titolo "La cruna dell'ago" (1.5.2002). Ai principi di legalità e di totale trasparenza economica nel­l'amministrazione della vita e degli eventi della Chiesa loca­le e delle sue varie espressioni, si accompagna una profonda sensibilità pastorale nel cogliere il senso delle forme popola­ri e delle pratiche religiose abituali della sua terra, iscriven­dole all'interno di un mutato contesto culturale e di vita. (continua)

Ogni anno, con il giungere della Quaresima nello spazio ecclesiale, risuonano sempre più rari gli inviti al digiuno nonostante i testi liturgici continuino a mettere davanti a Dio una prassi di digiuno che i cristiani ormai non sentono più come necessaria. Qualcuno, poi chiede digiuno televisivo, astensione dagli spettacoli ecc. Così una prassi vissuta già da Israele, riproposta da Cristo, accolta dalla grande tradizione ecclesiale, è sempre meno presente, non più richiesta...
Eppure, per ritrovare la propria verità, quella verità umana che con la grazia diventa la verità cristiana, occorre pensare, pregare, condividere i beni, conoscere il male che ci abita, ma anche il digiunare quale disciplina dell'oralità.
Il mangiare appartiene al registro del desiderio, deborda la semplice funzione nutritiva per rivestire rilevanti connotazioni affettive e simboliche. (continua)

 

"Ascesi" è una parola non tipicamente cristiana. E' una parola che ha una sua storia anche prima e al di fuori del Cristianesimo; ma bisogna assumere questo termine anzitutto nel senso generale di "esercizio".
 
Questo ci richiama subito al fatto che l'essere cristiano è un esercizio, il vivere da cristiano è un esercizio: non coincide con un qualunque spontaneismo ("io mi sento così...”), non coincide con un qualunque "immediatismo" nel modo di realizzare il rapporto con Dio con Gesù Cristo, non risponde a una qualunque "genialità insindacabile" ("essere cristiani per me è così, e siccome io decido che è così, nes­suno può dirmi niente!").
 
Essere cristiani è piuttosto “ricevere la condizione di discepolo”, è come un dono, ed è “rivestire la condizione di discepolo”. E’ quindi il prendere i contorni del discepolo: non si parte già da discepolo, si riceve e si riveste questa condizione, senza temere per principio l’eteronomia, cioè il fatto che queste cose mi vengono imposte come un’estraneità. Quando un cristiano temesse questa cosa, deciderebbe lui cosa vuol dire essere-discepolo, a modo suo, ma non entrerebbe entro questo contorno, che è il contorno di colui che diventa discepolo.
 Non devo temere - come cristiano - queste cose, cioè che i contorni del discepolo che io voglio far prendere alla mia vita siano in realtà un "entrare nella condizione del­ discepolo" mentre la ricevo come una grazia, perché questa figura dell'essere-cristiani è la mia verità. (continua)

 è tornato il tempo della quaresima, quaranta giorni che i cristiani dovrebbero vivere come 'tempo particolare', tempo favorevole, tempo di ritorno al Signore. San Benedetto, nella sua Regola, scrive che tutta la vita del monaco dovrebbe essere una grande quaresima: tutta la vita dovrebbe cioè essere impegnata nella conversione, ma in realtà, sia per i monaci sia per i comuni cristiani, resta quasi impossibile vivere costantemente nell’esercizio di questa tensione spirituale. (continua)

Chi è per me Dio? Fin da ragazzo mi è sempre piaciuta l'invocazione, che mi pare sia di San Francesco d'Assisi, «mio Dio è mio tutto». Mi piaceva perché con Dio intendevo in qualche modo una totalità, una realtà in cui tutto si riassume e tutto trova ragione di essere. Cercavo così di esprimere il mistero ineffabile, a cui nulla si sottrae. Ma vedevo anche Dio più concretamente come il Padre di Gesù Cristo, quel Dio che si rende vicino a noi in Gesù nell'eucarestia. Dunque c'era una serie di immagini che in qualche maniera si accavallavano o si sostituivano l'una con l'altra: l'una più misteriosa, attinente a colui che è l'inconoscibile, l'altra più precisa e concreta, che passava per la figura di Gesù. Mi sono reso conto ben presto che parlare di Dio voleva dire affrontare una duplicità, come una contraddizione quasi insuperabile. continua