A Dio piacciono le storie
di Gianfranco Ravasi
«Dio ha creato gli uomini perché Egli - benedetto sia - ama i racconti». Questo curioso aforisma giudaico spiega il fatto che la Bibbia sia una costante sequenza narrativa, anche perché alla base ha una storia della salvezza. (...). Non per nulla il Dio biblico ha un orecchio attento a raccogliere racconti umani tristi e gioiosi e persino le provocazioni di chi non crede in lui.
Quando Baal Shem Tov, il fondatore della tradizione ebraica mistica mitteleuropea detta dei Chassidim (i «pii»), doveva affrontare una missione difficile, si ritirava nei boschi e celebrava un rito di invocazione ed era esaudito. Quando, una generazione dopo, il suo successore si trovava nella stessa situazione, si recava in quel luogo nel bosco ma, essendo proibiti i riti ebraici, pregava in silenzio e veniva esaudito. Dopo un’altra generazione, quando incombeva la persecuzione, un altro maestro stava seduto nella sua residenza e diceva: «Non possiamo più celebrare il nostro rito, non possiamo recarci nel bosco a pregare, ma di tutto questo possiamo raccontare la storia». E il puro e semplice racconto aveva la stessa efficacia per vincere ogni paura. (...)
I Vangeli stessi appartengono al genere dei racconti (diéghesis), come esplicitamente afferma Luca nel suo prologo; in essi l’evento storico (history) diventa storia vivente attraverso la narrazione (story) e, così, genera fede: «Queste cose sono state scritte perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome», afferma programmaticamente l’evangelista Giovanni (20,31). Come ha sottolineato il filosofo Paul Ricoeur, nei Vangeli non c’è solo la rappresentazione degli eventi "configurati" in trama, ma c’è anche la loro "rifigurazione", cioè la loro torsione verso lo svelamento di un senso trascendente, generatore di fede. Gesù stesso, grande maestro dell’annunzio cristiano narrativo attraverso le sue parabole, è per eccellenza il Narratore di Dio, ossia il rivelatore del mistero divino del quale non si può parlare, ma che si può narrare...
in “Corriere della Sera” del 18 maggio 2014