SANTO SUBITO
....aiuto!
Basta Santi. Non ne possiamo più
Forse è una categoria teologica che non dice assolutamente più nulla.
Ci sono persone che hanno vissuto intensamente la propria vita con l'intento di vivere da discepoli di Gesù. Ovvio ciascuno con le proprie contraddizioni, debolezze, ...peccati.
Ma non è sufficiente mettere in evidenza il percorso di vita di ciascuno nella sequela di Gesù, senza altre "patenti" che pretendono di trovare (un miracolo che sa molto di magia)?
Ciascuno di noi ha dei suoi riferimenti.
Personalmente, certo Francesco di Assisi mi affascina. Di quelli recenti, ammiro don Puglisi, monsignor Romero, i martiri di Tibhirine , madre Teresa ma a prescindere dalla canonizzazione.
Sono cresciuto leggendo e guardando don Milani, don Mazzolari, Helder Camara, Frere Roger di Taizè. Ho avuto la fortuna di avere come vescovo per tanti anni il Cardinal Martini che ancora oggi alimenta con i suoi testi e il suo esempio il mio essere discepolo di Gesù.
Ma non mi interessa, e alla mia fede non aggiunge nulla, la "loro santità" proclamata, anzi non mi aiuterebbe: oggi il percorso di riconoscimento, la procedura, la necessita del miracolo,la proclamazione non ha proprio nulla di evangelico.
Alcuni santi, anche recenti, mi sembra sia importante "non imitarli" e sono sono "figli" del loro tempo e frutti di isteria collettiva: perchè dovrei imitare Pio X?.
Si pensi al duo Giovanni XXIII e Pio IX: non è percorso di fede, ma manuale Cencelli prestato e applicato dai "non credenti" che presidiano gli uffici vaticani.
Un Papa in pensione che muore, è certamente un brav'uomo che ha vissuto dedicato al Vangelo. Una bella testimonianza.
...ma STOP ai SANTI. Sono superflui".
6 gennaio 2023
Che sia santo il Natale degli ortodossi, dei cattolici, dei riformati, dei copti, degli armeni, degli anglicani, di tutti i credenti in Cristo.
E che gustino la sua shalom tutti gli uomini e le donne.
Marco Paleari, 230107

Mette tristezza vedere che i cattolici,
che - come tutti i credenti in Cristo -
avrebbero la possibilità di accedere alle fonti della Luce, della Sapienza, della amorevole Verità di Dio Padre,
si lascino guidare dalle emozioni,
quelle definibili come "banali", "scontate", "generiche", "effimere".
Non è genericamente "il mondo" quello che vive di emozioni;
non è genericamente "la società" quella che segue modelli divergenti dal Vangelo nella considerazione delle persone e delle cose;
siamo noi, noi della famiglia dei discepoli cattolici di Gesù.
Idolatri del culto delle emozioni,
senza spina dorsale,
abbindolati da slogan, salamelecchi, interessi.
Condotti da pifferai di affermazioni inutili,
mercenari unti,
maestri nella diabolica arte di abbindolare chi
- a volte colpevolmente -
è povero negli affetti, nella mente e nell'onestà intellettuale.
Come disse l'Unico Maestro,
"i poveri li avete sempre con voi" (Mc 14,7),
e anche a questi approfittatori bisogna voler bene.
Marco Paleari, 230105

Da tempo assistiamo ad un neo-nominalismo: assegniamo alle parole un significato diverso da quello che esse hanno, piegandole al contentuo che vogliamo comunicare.
Oppure - il che è peggio - usandole per mascherare il vuoto.
"Parole di circostanza", le chiameremmo.
"Parole riempi-bocca" per affabulatori del nulla.
"Parole senza senso e senza morale", sdoganate da urlatori senza cuore, senza fegato, senza midollo.
"Parole profumate di essenze o di incenso", sbuffate da cortigiani.
"Parole sgrammaticate", senza un ordine logico nè sintattico, fatte per riempire post, colonne di giornale, dichiarazioni, interviste.
I più ignoranti, gli sbadati, i pusillanimi, gli approfittatori... ci cascano o ci sguazzano, fungendo da amplificatori non incolpevoli.
Marco Paleari, 230102

 

"Il testo è di una semplicità delicatissima, e tratteggia, come innumerevoli altri canti tradizionali, la scena di Maria e Giuseppe che camminano verso Betlemme e chiedono accoglienza, per sentirsi rispondere bruscamente così:
Se traen cartos que entren
e senon que se vaian.
Ossia: se avete soldi (cartos), entrate, e altrimenti andate via. Al che Giuseppe, il quale si ritrova in tasca solo «un real de plata» (una moneta d’argento), si cruccia, vedendosi respinto con la sua «Nena ocupada, fermosa» (bella ragazza incinta).
Maria però lo consola:
Non te apenes Xosé,
non te apenes por nada,
¿qué máis cartos ti queres
que isto que me acompaña?
Non darti pena, Giuseppe, non darti pena per nulla. Che soldi vuoi, [che valgano] più di Colui che mi accompagna? (...)".
https://ilfilo.blog/natale-alle-porte-chiuse/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=ultimi-articoli_27_4

(...) "Per motivi di studio ho ritrovato una informazione ormai sparita dalla mia memoria: nella Chiesa cattolica esistono ad oggi, ben 23 riti diversi, tutti perfettamente riconosciuti dal vaticano, divisi in sei aree di provenienza storico geografica: latina, costantinopolitana (chiamata anche bizantina), alessandrina, siriaca occidentale (o antiochena), siriaca orientale (o caldea) e armena.
La storia di queste multiforme ritualità è legata al riconoscimento delle tradizioni celebrative di comunità diverse tra loro, con sensibilità umane diverse e con accenti sacrali anche molto diversificati. Tutte tradizioni però che risalgono nella loro genesi a prima dell’anno mille, in certi casi anche molto prima. Poi, però, le chiese di nuova nascita, a partire dal XV secolo, cioè dalle scoperte geografiche, non hanno avuto la possibilità di costruire nel tempo ritualità proprie, ma hanno assorbito il rito dei missionari che le avevano suscitate, praticamente sempre quello romano.
Oggi, soprattutto in Europa e soprattutto nell’area del rito romano, da più parti si levano voci per una revisione della forma celebrativa della messa, richiesta molto trasversale in parecchie esperienze di ascolto sinodale. L’esigenza è di rendere maggiormente efficace il coinvolgimento effettivo dei partecipanti, affinché celebrare non resti un atto avulso dalla vita reale, ma lasci in esso un segno capace di rendere viva la fede anche fuori dalla celebrazione. Ma da più parti già si sono levate resistenze e distinguo, quasi sempre basate sulla necessità di mantenere la tradizione del rito romano.
La domanda, allora, non può essere evitata: per quasi mille anni le tradizioni celebrative hanno potuto nascere e proliferare, permettendo una ricchezza che indubbiamente manifesta molto bene la cattolicità della fede (cioè la sua dimensione di raccolta integrale di tutte le forme espressive della fede in Cristo); ma improvvisamente, ad un certo punto della storia, questa creatività è stata dimenticata e si è imposta, invece, una sola forma celebrativa, senza permettere il sorgere di altre forme cattoliche. Come mai?" (...)