Lezione di vita dopo il post di ieri:
- se sei ricco;
- se sei un appassionato d'arte;
- se ne provi piacere;
- se te l'hanno regalato;
- se sei bello;
e qualche altra decina di "se"...
stai tranquillo: puoi trovare qualcuno che ti dice che puoi fare e avere quello che vuoi.
Mc 230905

Forse sono solo io a domandarmi: ma è moralmente e culturalmente accettabile fabbricare, vendere e acquistare un orologio da 500.000,00 euro?!
Mc 230904

#leggerezza
di Gianfranco Ravasi
"Prendete la vita con leggerezza, perché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore" (Italo Calvino).
(...) Lo scrittore si preoccupa subito di esorcizzare un equivoco del linguaggio comune secondo il quale «leggera» è la persona superficiale che si nutre di banalità, di luoghi comuni, di frivolezze, di fatuità.
Forse sarebbe più adatto il vocabolo «lievità» che permette appunto di levarsi verso l’alto e da lassù «planare sulle cose», con uno sguardo panoramico e non parziale. È quell’eleganza interiore che non si esaurisce nell’esteriorità o nella facilità della pianura, ma cerca una pienezza: è questo il compito di tutte le genuine attività spirituali, espresse appunto dal pensiero, dalla bellezza estetica, dalla purezza di cuore e anche dal respiro di fede come quello che alita nelle pagine evangeliche.
C’è un altro dono della leggerezza/lievità: la liberazione dal macigno che opprime il cuore. Questo masso è la pesantezza della carnalità, è l’oppressione del dolore, è la prigione eretta dall’egoismo, è l’affanno del possesso. Sono simili a catene da sciogliere per conquistare l’autentica umanità.
in “Il Sole 24 Ore” del 2 luglio 2023

"Ritengo che una scelta sbagliata sia preferibile a non scegliere affatto. Per paura delle decisioni ci si può lasciare sfuggire la vita. Chi ha deciso qualcosa in modo troppo avventato o incauto sarà aiutato da Dio a correggersi. Non mi spaventano tanto le defezioni dalla Chiesa o il fatto che qualcuno abbandoni un incarico ecclesiastico. Mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti".
Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme”, Mondadori, pag. 64

(l'avevo già pubblicato su questo sito il 18.08.2021)

Celebrare la fede
di Goffredo Boselli
È ormai evidente a tutti che sta lentamente prendendo forma un cristianesimo senza liturgia. Vale a dire un modo di vivere la fede, anche da parte di credenti maturi, che ha consapevolmente rinunciato al momento liturgico perché sperimentato come inespressivo, afono e, alla fine, non necessario. Nella liturgia, come del resto in ogni altro ambito umano e spirituale, oggi tutto deve giustificarsi nel presente, nel qui e ora della persona, esibire la propria credibilità ed efficacia, mostrando che incide sul vissuto e cambia la vita, che serve e apporta del bene, diversamente risulta irrilevante e se ne può fare a meno.
Non è un caso che dall'ascolto e dal dibattito del cammino sinodale in corso emerga che la celebrazione della fede è una componente essenziale e irrinunciabile della vita della Chiesa, che richiede una seria riflessione e un ripensamento adeguato. La domanda insistente è: ma cosa fare? da dove cominciare?
Ciò che nell'immediato è urgente è riscoprire le ragioni spirituali e umane del fatto che la fede non può non essere celebrata anche nelle forme più semplici ed elementari. Diversamente non sarebbe autentica fede cristiana, ma altro. Fin dalle sue origini, la fede cristiana non è stata solo professata, testimoniata e vissuta, ma anche celebrata. Non vi può essere una fede confessata che non sia al tempo stesso fede celebrata dalla comunità cristiana attraverso parole, gesti, linguaggi, posture, tempi e spazi generati dall'incontro tra la parola di Dio e la fede della Chiesa.
La fede celebrata è fede pregata, è fede nutrita dal Corpo di Cristo che è Vangelo ed eucaristia, è fede professata insieme ai fratelli e alle sorelle, è fede custodita dalla comunità nella forma della comunione e della condivisione. Una fede solo professata, ma non celebrata si riduce a mera conoscenza per poi irrigidirsi in dottrina. Una fede che pretende di essere vissuta solo interiormente si trasforma in mero benessere personale e psichico. Una fede solo testimoniata ma non celebrata assume i toni della propaganda e lo stile del proselitismo. Una fede solo vissuta ma non celebrata è destinata, a lungo andare, a declinarsi in semplice morale, impegno sociale, promozione umana. Celebrare significa ricondurre la vita della fede alla sua unica e inesauribile sorgente che è l'ascolto comune della parola di Dio, la riconciliazione fraterna, il rendimento di grazie, l'intercessione e l'invocazione dello Spirito.
Occorre riconoscere che se oggi la liturgia è in stato di sofferenza e l'esodo dall'assemblea liturgica domenicale una realtà è anche perché, cessato l'entusiasmo del rinnovamento liturgico post-conciliare, negli ultimi decenni si è pensato di poter educare alla vita della fede senza introdurre il credente al significato e al valore della celebrazione della fede. La riscoperta delle ragioni e del senso del celebrare porterà a dare vita a nuove forme liturgiche e a creare nuovi linguaggi con i quali celebrare la fede, a plasmare una ritualità eloquente e significante per l'umanità di oggi.
in “Vita Pastorale” del giugno 2022

(...) "E' la mediazione ecclesiale che fa problema per un calo sofferto della credibilità (scandali sessuali, ma anche mancanza di sobrietà); il terzo motivo è un’arretratezza di fondo della Chiesa rispetto a nodi nevralgici della contemporaneità. (...) Tra i fattori che possono spiegare questo calo di partecipazione pongo la domanda “in Chiesa cosa andiamo a fare”? Possiamo allenare la gente al senso della liturgia, ma poi quando poi viene in chiesa la facciamo giocare con un pallone sgonfio… Noi preti per primi arriviamo in chiesa per l’evento per eccellenza della vita Cristiana, che dovrebbe rendere nuova la nostra vita ma lo facciamo con uno stile e un linguaggio dei secoli passati… È inevitabile che dopo un po’ ci si stanchi… Io stesso mi sento forzato a scimmiottare la lingua di un secolo che non è il mio. Credo, per ultimo, che nella Chiesa, nell’edificio vero e proprio, ci ritroviamo non poche volte a tante latitudini a celebrare senza l’ombra di vincoli comunitari significativi. Dentro delle bolle di solitudine e individualismo a volte ammantate di religiosità che non lasciano il gusto della vita nuova del Vangelo che è quella della carità fraterna, che fruttifica in relazioni di autentica fraternità. Questo ci fa dire, dopo un po’, che quella celebrazione non è così determinate. (...)
Lo specchio dell’incapacità delle comunità cristiane di apprezzare e accompagnare quella stagione delicatissima della vita che è la prima età adulta in cui affronti le prime difficoltà, le prime frustrazioni, ma anche eventi eccezionali come la genitorialità. Abbiamo perso il treno, riferito il Vangelo di Gesù all’età infantile e alla terza età le due età che ti impongono in fondo una precarietà vistosa delle capacità. Lì dove l’età è quella delle responsabilità del vivere, a partire dai primi impulsi più basici ed essenziali (l’attrazione fisica che fiorisce nell’amore, l’incanto sempre più impegnativo del diventare madre e padre) lì il riferimento al Vangelo di Gesù non ti viene offerto come qualcosa di appetibile. Ecco allora perché ci si sposa sempre meno e sempre meno secondo il Vangelo inteso come spartito su cui si scandiscono i passi dell’amore. (...)
Nonostante le fatiche e una vistosa infruttuosità dei percorsi formativi (il catechismo) si va avanti così timorosi di osare vie nuove. Questo ci fa registrare non solo l’abbandono, ma proprio la fuga dalla partita del Vangelo già nei preadolescenti. Questo dovrebbe indurci a un supplemento di riflessione sulla parola della Chiesa che risulta incompatibile alle parole nuove che i giovani scoprono una volta usciti dalle elementari. (...)
Per quel che riguarda la Messa, infine, si tratta, senza rivoluzioni, di osare con libertà un’immaginazione e una celebrazione della liturgia che sia più densa ed essenziale. Osare con libertà evangelica, con maggior coraggio nel celebrare una Messa che faccia trapelare la gioia e non la mestizia nei gesti e nei canti. Una celebrazione dove sia chiaro il tono della gratitudine per la Grazia che viene accolta e non una supplica lagnante. E una liturgia che veda una reale partecipazione dell’assemblea e non una celebrazione che veda “il possesso palla” al 90% del prete e al 10 dell’assemblea che, invece, deve essere soggetto della celebrazione come dice il Concilio Vaticano II".
https://www.famigliacristiana.it/articolo/torniamo-a-far-scoprire-il-tocco-gentile-di-gesu-nella-vita-di-tutti-i-giorni.aspx?fbclid=IwAR2vAQuumNibQwPGzH5IzGRAerhi-rqBCXaSFwaz7tKqt7C8wVklfH0UE7U

Processo. Un "muoversi" pieno di attese
di Nunzio Galantino
Derivata dal verbo latino procedere, la parola processo rimanda ai concetti di avanzamento, progresso graduale, svolgimento, sviluppo. Una parola quindi che esclude ogni riferimento alla staticità. Evoca invece movimento e partecipazione. In tutti gli ambiti. Dando luogo così a processi di natura giudiziaria o amministrativa, ma anche a processi che portano a maturazione non solo la dimensione fisica della persona, ma anche un’idea, un progetto o delle relazioni.
Chi avvia processi e chi se ne lascia coinvolgere è una persona capace di «vedere» nel futuro, grazie a una potente vena creativa (Oxford Languages). Capace di mettersi al servizio della ricerca, della scoperta e della conquista. Capace di ridisegnare non solo sé stesso, ma anche le realtà nelle quali è inserito. Per questo motivo, quanti avviano processi vengono percepiti talvolta come persone trasgressive e provocatorie, soprattutto da chi confonde il dinamismo che caratterizza ogni processo con l’anarchia, il caos o l’approssimazione.
Processi possono essere avviati, dicevamo, in tutti gli ambiti. Non è escluso l’ambito filosofico, né quello religioso, politico o di vita personale. (...) Purché disposti a condividere la convinzione che, come ogni realtà, anche la nostra vita è frutto di processi che ne fanno un continuum inarrestabile.
Sta a ciascuno di noi scegliere che parte giocare nei processi. Li rende sensati solo la disponibilità a coltivare valori e attese che ci impegnano, e solo se accettiamo di fare della nostra esistenza un luogo di relazioni. Spazio nel quale provano a convivere il peccato di aver assaggiato il biblico albero della scienza e della presunzione con il peccato di non aver assaggiato abbastanza l’albero rigoglioso della vita. Quella che non si lascia chiudere in schemi asfittici e in regole che rendono osservanti ma infelici, e che bloccano, fino a soffocarlo, ogni processo. Schemi e regole che talvolta fanno perdere il gusto di sentirsi coinvolti in un continuo e mai compiuto avvicinamento alla verità e, con essa, a una vita riuscita. Passando semmai attraverso verità e conquiste relative e parziali.
Inteso così, il processo è scelta di accogliere e sviluppare la ricchezza di tutto ciò che attraversa in maniera provvidenziale la nostra storia.
in “Il Sole 24 Ore” del 13 agosto 2023

(...) *In 18 anni (dal 2001 al 2019), i praticanti regolari sono diminuiti di poco meno di un terzo; mentre nel solo triennio (2019-2022) il loro numero è sceso del 25%*.
Per entrambi i periodi (2001-2019 e 2019-2022), la riduzione della pratica religiosa ha coinvolto tutte le classi di età, anche se si è manifestata in modo più marcato soprattutto nella componente verde della popolazione, in particolare tra i giovani dai 18 ai 24 anni e tra gli adolescenti (14-17 anni).
Sono questi i gruppi di età che più si sono allontanati negli ultimi 20 anni dalla pratica religiosa regolare, con un calo di oltre i 2/3 per quanto riguarda i giovani e gli adolescenti, a fronte di una riduzione del 50% dei praticanti assidui tra le persone adulte e mature e del 30-40% tra la popolazione anziana.
Detto altrimenti, i praticanti assidui tra gli adolescenti sono passati dal 37% del 2001 al 20% del 2019 e al 12% del 2022; mentre, tra i 18-19 anni, la pratica regolare che coinvolgeva nel 2001 il 23% dei soggetti, è scesa al 11% dei casi nel 2019 e all’8% nel 2022.
Si può dunque affermare, a questo punto, che la disaffezione dei giovani e degli adolescenti dalla pratica religiosa è un fenomeno che viene da lontano, rientra in un trend di medio-lungo periodo, che tuttavia si mantiene o subisce un’accelerazione proprio negli anni post-Covid. (...)
Anzitutto emerge che «l’appuntamento settimanale in un luogo di culto, per i cattolici la messa domenicale, attrae sempre di meno gli italiani»,(3) nonostante che il dato sull’affiliazione religiosa si mantenga ancora su livelli elevati.
Per la componente cattolica, si delinea qui un doppio messaggio alla Chiesa: a essere messo in discussione non è soltanto il precetto o l’invito a santificare le feste, quanto *l’idea stessa che la partecipazione al culto comunitario sia per i fedeli (per i seguaci di una religione) un momento fecondo di crescita e di espressione della fede, un criterio vitale di appartenenza a una comunità religiosa*.(...)
E' indubbio che ciò che è accaduto in questi ultimi anni rappresenti una prova vitale sia per le Chiese sia per i credenti di ogni confessione religiosa. (...)

http://www.settimananews.it/societa/italia-forte-ribasso-pratica-religiosa/

CAPORETTO PER LA PASTORALE PARROCCHIALE?
di Marco Ronconi
Durante la Prima guerra mondiale, una delle manovre decisive che portò alla disfatta italiana di Caporetto fu l’azione di un tenente tedesco che, semplicemente, fece qualcosa di nuovo. Da diversi anni si combatteva secondo una procedura precisa, condivisa da tutti i contendenti, che produceva tonnellate di cadaveri prontamente sostituite con altrettanta carne da cannone. Quel modo di combattere espose alla decimazione una generazione intera solo per spostare il confine di poche centinaia di metri. Eppure per anni nessuno osò fare diversamente, preferendo incolpare del disastro la fragilità delle truppe sottoposte, la rigida cecità dei superiori, l’avversa sorte o quant’altro potesse ergersi a capro espiatorio. Poi arrivò quel giovane tenente tedesco.
La sua idea, con il senno di poi, non era così assurda: cambiare l’ordine delle azioni. Da quando la guerra era iniziata, infatti, ogni battaglia si svolgeva nello stesso modo: si bombardava per un sacco di ore (anche per giorni), mentre i fanti se ne stavano rintanati, poi si aspettava che i fumi si diradassero e quindi si avanzava di corsa all’arma bianca, sperando che l’artiglieria avesse demolito ostacoli e mitragliatrici; speranza vana, proprio perché gli altri, sapendo come sarebbero andate le cose, si erano organizzati. Il giovane tenente propose invece di far avanzare i suoi mentre l’artiglieria bombardava, così da essere alla fine già in territorio nemico e prendere di sorpresa gli avversari rinchiusi nei rifugi. Certo, era rischioso oltremodo e occorreva grande fiducia nei cartografi, nei propri cannoni e nei propri soldati, ma l’alternativa era la morte per stagnazione.
Così oltrepassò le linee nemiche in un modo che molti ufficiali si rifiutarono semplicemente di credere possibile, anche perché nelle accademie militari si insegnava che «non si doveva» e se volevi diventare ufficiale dovevi ripeterlo e crederci senza dubbio. Quell’altro invece lo fece e quando i cannoni tacquero catturò un numero di soldati nemici maggiore di quelli che comandava, cambiando per sempre il modo di combattere.
A volte, quando guardo agli ultimi decenni di carenza di preti nelle nostre diocesi, penso a Caporetto. Sono decenni che il numero delle parrocchie è oramai decisamente superiore al numero dei preti a disposizione, anche qualora vengano fatti arrivare da altrove (del resto anche a Caporetto furono arruolati alpini tra gente di buona volontà che non aveva mai visto la neve).
Le cose evidentemente non funzionano più, i preti vanno sempre più spesso in burn out eppure ci sono diocesi che si limitano a ripetere inalterata la tattica pastorale, dalla catechesi sacramentale alle gestioni patrimoniali. Non si può fare diversamente perché la gente, il vescovo predecessore, Roma… e quindi si accorpano territori sempre più vasti, si moltiplicano affanni e frustrazioni, senza un minimo di sensazione che serva a qualcosa sul lungo periodo. Si manda allo sbaraglio una generazione di preti e pazienza. Chissà che non arrivi un tenente e non ci sbatta in faccia con durezza che si può fare in un altro modo. A Caporetto, però, c’era un esercito nemico, di fronte. I nostri recinti, invece, temo siano più simili alla fortezza Bastiani di Buzzati, ma due riferimenti pessimisti nella stessa pagina sono troppi, per cui mi fermerei qui.
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Questa è Teologia Dabar, la rubrica che il teologo e professore di religione Marco Ronconi tiene tutti i mesi sulla pagine di Jesus.

“Dotti” che nascondono e “piccoli” che rivelano

di Umberto Rosario Del Giudice, 9 luglio 2023

Assimilare i “dotti” a chi si dedica al lavoro intellettuale e i “semplici” a coloro che non hanno “istruzione” è davvero un artificio per confermarsi chiusi nelle proprie “idee” e quindi per svelarsi “dotti”.

(…) Mt 11, 25: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. (…) “Dotti” e “piccoli” sono messi in relazione al “Figlio” che nella dinamica appare come il vero “piccolo”.

(…) Basterà evidenziare l’opposizione che c’è tra i “dotti” e i “piccoli” ovvero i “semplici” (come qualcuno traduce): i primi “dicono”, “osservano e dettano leggi”, “si conformano alle idee”, seguono “desideri”, acconsentono “ai voleri di qualcuno”…, i secondi sono coloro che “fanno”, che “ascoltano”, che “sono mansueti”, in qualche modo “infantili”, che sono “giovani” perché posti sotto la tutela di qualcuno. (…)

Allora qual è l’opposizione fondamentale tra i dotti e i semplici? È l’origine della propria identità: il “Padre”. Egli è quella fonte di identità altra rispetto ai soggetti; una fonte che chiede relazione e che va scoperta nella vita, nei vissuti.

Tra i “semplici” va annoverato Gesù stesso: lui è il “piccolo”, il “semplice” del Padre, che costruisce la propria identità seguendo ciò che “ascolta” dal Padre: per questo diventerà colui che ha “ogni potere” (…) contrariamente ai “dotti” che hanno il “potere” delle “idee” e non dei “fatti”. I “piccoli” sono quelli che “ascoltano” non quelli che “dettano”. (…)

Alla luce di quanto detto assimilare semplicisticamente i “dotti” a chi si dedica al lavoro intellettuale e i “semplici” a coloro che non hanno “istruzione” è davvero un artificio per confermarsi chiusi nelle proprie “idee” e quindi per rivelarsi tragicamente “dotti”. Quest’ultimi continueranno con le loro “idee autodeterminate” e non riusciranno a “conoscere” e a “rivelare” il volto del Padre perché non potranno viverne la vicinanza, la “fonte”, la “paternità” di tutto nel loro vissuto. Non si mettono mai in discussione; vivono di certezze; “vedono idee” ma non “ascoltano parole”.

Gesù a più riprese fa uso di “sapienza”, cita le Scritture, dà prova di “fine intelligenza” (come nel caso delle varie dispute), mantenendo sempre piena empatia e linearità trasparente con gli interlocutori che si avvicinano a lui nella propria verità. Dire che Gesù amava i “piccoli” perché disprezzava la “sapienza” è tradire il messaggio evangelico.

(…) Accade però che chi ha forti insicurezze debba proteggersi dietro strutture forti: così l’ignoranza non diventa l’ambito di chi sa poco ma di chi pretende di “sapere tutto per puro fideismo” ingabbiando anche le immagini del “Padre”. Proprio per questo accade nella fede che alcuni “intellettuali” sono “semplici” e molti “fideisti” fanno i “piccoli” ma si rivelano dei veri e propri inabili all’ascolto: e diventano i “dotti”, i “sapienti”.

La differenza non sta nelle competenze intellettuali o nelle capacità cognitive, ma nella “capacità di ascolto”: solo l’ascolto radicale rende “semplici”. E nel rimandare al Padre la propria identità, l’identità delle cose, il sapere, ci si ritrova (…)

https://theoremi.blogspot.com/2023/07/dotti-che-nascondono-e-piccoli-che.html?fbclid=IwAR3rsGB4OiiFj4Hy-MHRD7RQ4Omf2fJ2won0nxWMOiTqIw4UrPDIg990Rgw

"Se non approvi ciò che dice l'altro non sollevare polemiche o voler a tutti i costi avere ragione, rimani nel silenzio.
Questo del silenzio non è un atto di sottomissione come la mente ti porta a credere, bensì un Atto di Regalità. Perchè vuoi costringere l'altro a pensarla come te? Forse perchè tu stesso non credi davvero a ciò che dici e vuoi conferme "dall'esterno"? O forse perchè non tolleri di essere contraddetto?
Vedi, si ignorano sempre alcune cose importanti quando non si è d'accordo con ciò che un'altro dice: la prima è il fatto che non sappiamo come l'altro "veda" la realtà e ancor meno sappiamo a che livello evolutivo egli si trova; la seconda è che ignoriamo spesso se ciò per cui oggi ci battiamo domani sarà mutato e la nostra opinione con lui.
Ognuno vede la propria realtà ed essa è per lui "reale" come la nostra lo è per noi.
Ecco il perchè del silenzio: non tanto perchè se stiamo zitti ammettiamo di avere torto, bensì perchè è sciocco voler che gli altri ci diano "ragione".
Lettera di Gurdijeff alla figlia

Interpretazione. Mettersi in gioco per capire

di Nunzio Galantino

(…) Cosa essa sia, quali limiti vanno imposti perché l’interpretazione non stravolga il senso delle cose/parole/realtà; in quali ambiti è permesso l’esercizio della interpretazione. Sono gli interrogativi che si trova ad affrontare chiunque voglia misurarsi con questa parola.

Le risposte che si sceglie di dare non sono indifferenti. Influiscono sulla vita, individuale o collettiva. Soprattutto quando si tratta di interpretare, definire e quindi scegliere obiettivi di vita e qualità di coinvolgimento richiesto per realizzarli.

Una interpretazione – esercitata in maniera più o meno consapevole – è sempre implicata nelle relazioni importanti. Non si può pensare che nelle nostre decisioni basti, per quanto rilevante sia, la sola dimensione emotiva. Questa non può bastare a farmi decidere quale spazio può occupare nella mia vita una persona e la sua storia, un interesse culturale o la stessa esperienza religiosa. Sempre dinanzi a noi – quando esercitiamo il normale discernimento – si affacciano delle possibilità, con i loro precisi contorni e con le loro prevedibili conseguenze. Sono contorni e conseguenze che chiedono di essere interpretati. E «l’interpretazione non è, non può, non deve essere unica: per definizione essa è molteplice» (L. Pareyson, Verità e interpretazione, 61).

Ah, se si fosse capito questo da parte dei cosiddetti guardiani della fede! Quanta inutile sofferenza e quante inutili emarginazioni si sarebbero potute evitare!

«La verità – scrive ancora Pareyson – pur essendo unica, non si presenta mai con una determinatezza sua propria, in una formulazione che sia riconoscibile come unica e definitiva […]. E fra l’unicità della verità e la molteplicità delle sue formulazioni non c’è contraddizione» (ibidem).

Nell’interpretazione è l’intera persona a mettersi in gioco. Ingaggiando una sfida che la porta a dare vita nuova a qualcuno, a qualcosa o anche a una parola. Proprio come fa un direttore di orchestra.

Gli ascolti di uno stesso spartito musicale, all’orecchio di un uditore mediamente esperto, non si assomigliano mai. Pur nella fedeltà allo spartito originario della Nona di Beethoven, il dinamismo e la forza interpretativa di Toscanini ha poco o nulla in comune con l’enfatica interpretazione del grande H. von Karajan. Entrambe però straordinariamente godibili e capaci di dare ricchezza e vita nuova all’unica pagina del compositore tedesco.

in “Il Sole 24 Ore” del 6 agosto 2023


#paese

di Gianfranco Ravasi

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Forse queste parole sono il succo dell’intero romanzo, La luna e i falò che Cesare Pavese pubblicò alle soglie della sua morte nel 1950. Il Narratore, emigrato e di età ormai matura, rientra dall’America nel suo paese e scopre che tutto è mutato, anzi, l’esistenza dei suoi compaesani è divenuta più amara. Intatto è rimasto solo il paesaggio ed è questo orizzonte a parlare ancora. A interpretarlo è sia l’antico compagno Nuto, sia Cinto, un ragazzo zoppo e povero col quale il protagonista vaga per i viottoli della campagna. Anche molti di noi hanno lasciato i villaggi di origine per raggiungere anonime metropoli, costretti da esigenze di lavoro o di nuove relazioni.

Credo che accada a tutti, rientrando nel luogo di nascita, di vivere la stessa esperienza. Da un lato, ritrovare certi odori, volti invecchiati, alberi sopravvissuti, edifici non ripristinati né trasformati. Affiora, così, la nostalgia dell’infanzia, dei sentimenti teneri, delle piccole cose del passato, care anche se di cattivo gusto.

D’altro lato, però, si scopre che l’atmosfera è ormai ben diversa, il flusso della storia ha sommerso anche quella società un tempo contadina, gli eventi e persino l’inquinamento sono simili a quelli delle grandi città. È la finale tragica del romanzo di Pavese.

Divampa un incendio, ma non è più quello festoso dei falò: è, invece, il fuoco che il padre di Cinto, ridotto in miseria dalla sua padrona esosa, appicca al podere, prima di sterminare la sua famiglia e uccidersi. Non rimane al Narratore che ripartire verso un orizzonte lontano.

in “Il Sole 24 Ore” del 6 agosto 2023

(...) *La mondanità spirituale*, infatti, è pericolosa perché è un modo di vivere che *riduce la spiritualità ad apparenza*: ci porta a essere “mestieranti dello spirito”, uomini rivestiti di forme sacrali che in realtà continuano a pensare e agire secondo le mode del mondo. Ciò accade quando ci lasciamo affascinare dalle seduzioni dell’effimero, dalla mediocrità e dall’abitudinarietà, dalle tentazioni del potere e dell’influenza sociale. E, ancora, da *vanagloria e narcisismo, da intransigenze dottrinali ed estetismi liturgici*, forme e modi in cui la mondanità «si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa», ma in realtà «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale» (Evangelii gaudium, 93). Come non riconoscere in tutto ciò la versione aggiornata di quel *formalismo ipocrita*, che Gesù vedeva in certe autorità religiose del tempo e che nel corso della sua vita pubblica lo fece soffrire forse più di ogni altra cosa?
La mondanità spirituale è una tentazione “gentile” e per questo ancora più insidiosa. *Si insinua infatti sapendosi nascondere bene dietro buone apparenze, addirittura dentro motivazioni “religiose”*. E, anche se la riconosciamo e la allontaniamo da noi, prima o poi si ripresenta travestita in qualche altro modo. (...)
Mi preoccupa quando ricadiamo nelle forme del clericalismo; quando, magari senza accorgercene, *diamo a vedere alla gente di essere superiori, privilegiati, collocati “in alto” e quindi separati dal resto del Popolo santo di Dio*. Come mi ha scritto una volta un bravo sacerdote, “il clericalismo è sintomo di una vita sacerdotale e laicale tentata di vivere nel ruolo e non nel vincolo reale con Dio e i fratelli”. Denota insomma una malattia che ci fa perdere la memoria del Battesimo ricevuto, lasciando sullo sfondo la nostra appartenenza al medesimo Popolo santo e portandoci a vivere l’autorità nelle *varie forme del potere*, senza più accorgerci delle doppiezze, senza umiltà ma con atteggiamenti distaccati e altezzosi. (...) *La preoccupazione, allora, si concentra sull’“io”: il proprio sostentamento, i propri bisogni, la lode ricevuta per sé stessi* invece che per la gloria di Dio. (...)
*Il clericalismo, lo sappiamo, può riguardare tutti, anche i laici e gli operatori pastorali*: si può assumere infatti “uno spirito clericale” nel portare avanti i ministeri e i carismi, vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri. E i sintomi sono proprio la perdita dello spirito della lode e della gratuità gioiosa, mentre il diavolo s’insinua alimentando la lamentela, la negatività e l’insoddisfazione cronica per ciò che non va, l’ironia che diventa cinismo. (...)
https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-08/quo-181/abbandonare-mondanita-e-clericalismo-per-farsi-servi-del-popolo.html?fbclid=IwAR04uG6JUhha9sutQvlakKDm29xaPnVQoxWGMuZFUMHkP8vqLdx-eByFbIo

(...) Papa Francesco invita a guardare dunque a loro, agli «Apostoli. Gesù li scelse e sulla sua chiamata lasciarono le barche, le reti, la casa e così via... L’unzione della Parola cambiò la loro vita. Con entusiasmo seguirono il Maestro e cominciarono a predicare, convinti di compiere in seguito cose ancora più grandi; finché arrivò la Pasqua». Lì tutto «sembrò fermarsi: giunsero a rinnegare e abbandonare il Maestro. Non dobbiamo avere paura. Siamo coraggiosi nel leggere la nostra propria vita e le nostre cadute. Giunsero a rinnegare e abbandonare il Maestro, Pietro, il primo. Fecero i conti con la loro inadeguatezza e compresero di non averlo capito: il “non conosco quest’uomo”, che Pietro scandì nel cortile del sommo sacerdote dopo l’ultima Cena, non è solo una difesa impulsiva, ma un’ammissione di ignoranza spirituale: lui e gli altri forse si aspettavano una vita di successi dietro a un Messia trascinatore di folle e operatore di prodigi, ma non riconoscevano lo scandalo della croce, che sbriciolò le loro certezze». Il Figlio di Dio «sapeva che da soli non ce l’avrebbero fatta e per questo promise loro il Paraclito. E fu proprio quella “seconda unzione”, a Pentecoste, a trasformare i discepoli portandoli a pascere il gregge di Dio e non più sé stessi. E questa è la contraddizione da risolvere: sono pastore del popolo di Dio o di me stesso? E c’è lo Spirito ad insegnarmi la strada. Fu quell’unzione di fuoco a estinguere la loro religiosità centrata su sé stessi e sulle proprie capacità: accolto lo Spirito, evaporano le paure e i tentennamenti di Pietro; Giacomo e Giovanni, bruciati dal desiderio di dare la vita, smettono di inseguire posti d’onore, il carrierismo nostro, fratelli; gli altri non stanno più chiusi e timorosi nel Cenacolo, ma escono e diventano apostoli nel mondo. È lo spirito a cambiare il nostro cuore, a metterlo in quel piano diverso, differente». (...)
È un momento di «crisi, che ha varie forme. A tutti, prima o poi, succede di sperimentare delusioni, fatiche e debolezze, con l’ideale che sembra usurarsi fra le esigenze del reale, mentre subentra una certa abitudinarietà e alcune prove, prima difficili da immaginare, fanno apparire la fedeltà più scomoda rispetto a un tempo». Questa tappa - «di questa tentazione, di questa prova che tutti noi abbiamo avuto, abbiamo e avremo» – rappresenta un «crinale decisivo per chi ha ricevuto l’unzione. Si può uscirne male, planando verso una certa mediocrità, trascinandosi stanchi in una “normalità” dove si insinuano tre tentazioni pericolose: quella del compromesso, per cui ci si accontenta di ciò che si può fare; quella dei surrogati, per cui si tenta di “ricaricarsi” con altro rispetto alla nostra unzione; quella dello scoraggiamento – che è la più comune - per cui, scontenti, si va avanti per inerzia». Ed ecco il «grande rischio: mentre restano intatte le apparenze – “Io sono sacerdote, io sono prete” - ci si ripiega su di sé e si tira a campare svogliati; la fragranza dell’unzione non profuma più la vita e il cuore; e il cuore non si dilata ma si restringe, avvolto nel disincanto. È un distillato, sai? Quando il sacerdozio lentamente va scivolando sul clericalismo e il sacerdote si dimentica di essere pastore del popolo, per diventare un chierico di Stato». (...)
È vero, ogni doppiezza – la doppiezza clericale, per favore – che si insinua è pericolosa: non va tollerata, ma portata alla luce dello Spirito. Perché se “niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce”, lo Spirito Santo, Lui solo, ci guarisce dalle infedeltà. È per noi una lotta irrinunciabile: è infatti indispensabile, come scrisse San Gregorio Magno, che «chi annuncia la parola di Dio, prima si dedichi al proprio modo di vivere, perché poi, attingendo dalla propria vita, impari cosa e come dirlo. [...] Nessuno presuma di dire fuori ciò che prima non ha ascoltato dentro”. Ed è lo Spirito il maestro interiore da ascoltare. (...)
Si pecca contro «lo Spirito che è comunione quando si diventa, anche per leggerezza, strumenti di divisione, per esempio – e torniamo sullo stesso tema - col chiacchiericcio. Quando diventiamo strumenti di divisione pecchiamo contro lo Spirito. E si fa il gioco del nemico, che non viene allo scoperto e ama le dicerie e le insinuazioni, fomenta partiti e cordate, alimenta la nostalgia del passato, la sfiducia, il pessimismo, la paura. Stiamo attenti, per favore, a non sporcare l’unzione dello Spirito e la veste della Madre Chiesa con la disunione, con le polarizzazioni, con ogni mancanza di carità e di comunione. (...)

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2023/04/06/news/il_papa_ai_preti_non_sporcate_la_chiesa_con_le_cordate-12740475/?ref=fbppv

Dieci paragrafi dello strumento di lavoro per il prossimo Sinodo sono dedicati alla *struttura della incipiente Chiesa sinodale*:
https://www.vinonuovo.it/comunita/esperienze-di-chiesa/per-una-chiesa-sinodale-i-segni-caratteristici/?fbclid=IwAR1JOB6avd1xe-pDHZVZBW1cEZ0TpmAOQ068-i6WaFaGHBJXOJlbxVWMPB4

"Gli esperti ci fanno sapere che si sta diffondendo sempre di più una nuova tendenza, chiamata Conscious Quitting, che potremmo tradurre letteralmente con abbandono consapevole o concettualmente con Dimissioni di coscienza. Ma di che si tratta? In sostanza, *ci si licenzia perché non si condividono i valori dell'azienda per la quale si lavora*.
Un fenomeno che pare riguardi soprattutto i più giovani, sempre più impegnati per le cause ambientali e sociali, ma anche per i diritti umani e l'inclusione, tanto da essere disposti a voltare le spalle alle aziende che non sono in linea con ciò in cui credono".
https://valori.it/conscious-quitting-lavoro-valori/

*A proposito delle destinazioni dei preti*
Pensavo fosse più chiaro perché è un dovere parlare in modo chiaro e saggio anche delle destinazioni dei preti… e invece ho dei feedback che mi dicono che non sono chiare le ragioni del mio modo di parlare e di ciò che affermo.
*1. I ministri ordinati sono al servizio dei fedeli, quindi il primo obiettivo da perseguire è che siano serviti bene i fedeli*. A volte sembra che sia prioritario che il prete sia assecondato nelle sue esigenze, nelle sue caratteristiche, nei suoi bisogni, nei suoi X e Y… Anzitutto, quindi, bisognerebbe ascoltare ciò che la comunità esprime come suo bisogno spirituale, nello step a cui è pervenuta, nel discernimento del successivo passo da fare.
*2. La corresponsabilità laicale*. Il popolo di Dio è formato da figli e figlie di Dio, che grazie al battesimo sono stati resi ancora più conformi a Gesù Cristo e riempiti di Spirito Santo. Non si capisce perché la maggior parte delle decisioni (specie quelle più importanti) siano prese a prescindere dall’ascolto dei fedeli. In particolare, le comunità cristiane hanno degli organismi qualificati (il Consiglio Pastorale e il Consiglio per gli Affari Economici), ai quali abitualmente viene tolta la possibilità di esprimersi, di indicare, di avere parte (partecipare).
*3. La conoscenza è potere*. Il potere è una bestia subdola (e per questo i Vangeli riportano tante espressioni di Gesù contro il potere) e attrae tantissimo gli uomini, anche i chierici (si noti la insistenza di papa Francesco su questa piaga della Chiesa). Tenere all’oscuro delle ragioni di cambi, spostamenti, direzioni di rotta, mancanze… non è rispettoso delle persone che sono comunque toccate da una decisione (non dimentichiamo che i ministri della Chiesa sono personaggi pubblici, con i conseguenti doveri, e dovrebbero saperlo bene coloro che assumono questo incarico) e non è rispettoso del processo di discernimento comunitario che dovrebbe caratterizzare la Chiesa. Se non si offrono ai figli di Dio le condizioni per conoscere e li si mantiene nella ignoranza, si incorre in una grave negligenza contro lo Spirito Santo che parla in loro (sensus fidelium). Inoltre, se si vuole non-vedere le cause di taluni malesseri o problemi, non li si affronterà davvero nel profondo e non si troveranno vie di soluzione.
*4. Fraternità e sinodalità*. La via ripresa e rilanciata da papa Francesco è quella della sinodalità: si cammina insieme, perché siamo tutti figli e figlie dell’unico Padre e condividiamo la medesima umanità tra tutte le creature umane di questo pianeta. I ministri ordinati (vescovi, presbiteri e diaconi) sono anzitutto fratelli in umanità e nel battesimo e – come tutti e con tutti – camminano nella fede, nella speranza, nella carità. Se – grazie alla ordinazione – sono investiti di ruoli e compiti particolari, non significa che siano superiori in dignità o in sapienza. Hanno reali ruoli di presidenza del comune discepolato dietro a Gesù e dei rapporti amorevoli nella comunità, se loro stessi sono discepoli e fratelli.
*5. Condivisione, territorialità, disciplina*. Per essere ministri ordinati nella comunità è indispensabile conoscerla e innestarsi in essa, coscienti di essere inseriti in un cammino molto ampio e lungo. Le persone sono tali e non dei numeri. Al servizio di questa comunione (che resta il fine) esistono anche le disposizioni disciplinari (che sono dei mezzi) in merito al luogo di destinazione, alle funzioni, alla durata dell’incarico. L’intreccio di tutti questi elementi è la condizione per un buon esito del discernimento, processo che appare citato sempre troppo poco. Non è esclusivo e non è prioritario avere come unico criterio la domanda attorno al numero o agli orari delle messe (chi celebra la messa? quante messe e dove?) o alla presenza fisica di un prete (chi abiterà in quella canonica? come faremo per quella attività o quell’altra?).
*6. Opinione personale o consiglio ponderato?* Anche in occasione dei cambi di destinazione dei preti (come in occasione della pandemia, delle alluvioni, dei mondiali di calcio…) esistono i tuttologi o quelli che – in nome della libertà di pensiero o delle stellette guadagnate sui campi ecclesiali – esprimono valutazioni insipienti o proposte senza fondamento… Ben diverso è il consiglio ponderato, guadagnato con letture, approfondimenti, ore dedicate alla comunità, preghiera. In particolare, se si vuole essere cristiani cattolici in questo momento storico non si può far finta di non sapere la linea che la Chiesa universale ha preso con il Concilio ecumenico Vaticano II, ripreso dal magistero di papa Francesco.

*Ecco, io penso, mi muovo, amo con questi criteri, relativamente alle destinazioni dei ministri ordinati. E opero così perché così mi è stato insegnato* dal Vangelo, dal magistero attuale, dal seminario, dall’arcivescovo che mi ha ordinato presbitero, dai corsi teologici a Roma… e dalla vita spirituale di tanti fedeli. Questi stessi processi decisionali sono quelli che io insegno, in quei corsi a cui le autorità accademiche mi invitano.
Non sempre io stesso sono stato coerente con tutti questi orientamenti, ma non posso e non voglio allontanarmi troppo da essi. E’ una *obbedienza di sostanza* (e non di forma) a cui non posso venir meno, per servire bene questa comunità.
In base a questi criteri, con la dovuta calma, l’esperienza di questi trent’anni di vita presbiterale e il ruolo di responsabile della CP, chiedendo allo Spirito Santo di illuminarmi e dirigermi, esprimo la mia sintetica valutazione sulle destinazioni dei ministri ordinati, per la nostra Comunità pastorale, negli ultimi due anni: *non essendo rispettati questi criteri che la Madre Chiesa mi ha trasmesso, non mi trovano d’accordo nel metodo e nel merito*.

Confidando che la Chiesa possa fare meglio, vi ringrazio per l’ascolto.
_don Marco_

7 anni sono passati.
Nella tua bonarietà saggia avevi intravisto bene... e ci avevi anche sofferto, senza urlare.
Forse anche per questo il tuo cuore non ha retto.
Senza enfasi né melodrammi,
so che mi capisci, anche se non condivideresti,
citandomi il codice di diritto canonico o qualche stravagante pellegrino celtico.
Buoni sguardi.
Mc 230707

In principio Dio creò l'armonia nelle differenze.
Chi si occupa del magazzino della chiesa Kolbe ha origini salvadoregne.
Chi sta smontando il ponteggio della chiesa Sant'Ambrogio ha origini egiziane.
Chi sta ripulendo la cupola della chiesa Kolbe ha origini peruviane.
Chi si occupa dei nostri anziani ha origini ucraine.
Chi pulisce i nostri ambienti ha origini albanesi.
Chi spesso presiede le messe ha origini etiopi.
Siamo tutti uomini e donne.
Mc 230707

*Poche Messe e sacerdote “condiviso”: le piccole parrocchie animate dai laici*
di Lorenzo Maffei
*Le esperienze di frontiera e le sfide nelle località di periferia al centro della Settimana di aggiornamento pastorale a Lucca*.
Non è solo la garanzia di avere la Messa domenicale. Il punto è capire come, nei piccoli paesi dell’Italia, spesso spopolati e lontani dai servizi, la Chiesa possa davvero essere comunità cristiana viva, che evangelizza: anche se non c’è l’Eucaristia tutte le domeniche, anche se non c’è un parroco residente. Lungo tutto lo Stivale le realtà sono le più varie. Alla Settimana di aggiornamento pastorale promossa dal Centro di orientamento pastorale (Cop) che si è svolta a Lucca dal 26 al 28 giugno scorsi, dedicata proprio alle “aree interne”, quasi il 60% del territorio nazionale, si sono susseguite tante riflessioni e qualche esperienza, non per dare dei modelli, ma per portare alla luce qualche cammino intrapreso. Non a caso, il presidente del Cop, il vescovo Domenico Sigalini, a conclusione delle tre giornate lucchese ha rilanciato un’idea proprio pensando ai piccoli centri e alle unità pastorali: «Potrebbe esser molto utile, in questi anni di ricerca e riforma, un osservatoriolaboratorio, che faccia monitoraggio delle tante esperienze in atto, le valuti e ne selezioni le migliori, standardizzandole affinché siano replicabili, e magari che accompagni chi desidera attivarle».
Durante il convegno le riflessioni principali sono state quelle di Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, e di Paolo Giulietti, arcivescovo di Lucca. Il primo ha invitato tutti i soggetti, civili e religiosi, ad «andare oltre l’idea di territorio locale come “isola”, ma a studiarne le connessioni con il territorio che lo ingloba e l’esterno». Per Giulietti, alla comunità cristiana nelle “aree interne” serve «il primato della concentrazione, individuando spazi e tempi “intensivi” in cui assicurare proposte di qualità» e per far questo è «necessario predisporre una nuova relazione tra Chiesa e territorio, che superi la centralità della parrocchia come intesa finora. Ciò non significa abbandonare l’opportuna cura per la prossimità. A tale scopo, occorrerà istituire nuove forme e figure ministeriali dedicate proprio alla prossimità».
Tra le testimonianze di cammini intrapresi, presentati come nuove frontiere di vita pastorale, c’è stata quella del gruppo oratoriale di Caino nella diocesi di Brescia, una realtà vivace, che vive quasi in un «sinodo permanente» e che oltre all’ordinarietà ha intuito come necessaria anche l’apertura di “Casa Emmaus”, un’esperienza di vita comune tra giovani, che «vuole essere una proposta e una risposta come antidoto all’individualismo, un laboratorio di fraternità – ha raccontato Vittorio De Giacomi –. Si esprime dunque un’immagine della Chiesa quale casa che accoglie, accompagna e innesta nel mondo con una carica positiva di fraternità». Poi la testimonianza di don Alberto Brignoli, parroco di Selvino-Aviatico, nella diocesi di Bergamo, che ha descritto un’unità pastorale composta da cinque comunità nella quale è stato creato un Consiglio pastorale unitario che si riunisce ogni due mesi. «Ogni rappresentate (32, di cui la metà sotto i 50 anni, ndr) porta le varie esigenze della propria comunità all’interno del Consiglio con il quale abbiamo deciso sin dall’inizio che non fosse un organo di tipo consultivo, ma deliberativo. Io non cerco l’approvazione del programma come proposto da me e con pochi altri collaboratori. Se ne discute se ne parla. A volte il programma e le tematiche vanno bene così come presentate, altre volte vengono presentate altre urgenze e tematiche per cui viene accantonata ogni scelta da me fatta e si dà voce alla richiesta delle comunità. Spesso ci troviamo d’accordo sulle scelte, a volte facciamo delle votazioni. Non me la sento di essere quello che decide per gli altri ma ascolto». Don Brignoli, con alle spalle un’esperienza missionaria in Bolivia, si trova suo agio in queste dinamiche e dice che «in linea di massima i laici dell’unità pastorale apprezzano: così si sa delle altre comunità, si sa che cosa fanno, ci sentiamo responsabili, sentiamo di essere valorizzati. Qualcuno a volte poi mi dice: “Ma decidi tu, fai tu”. Si tratta di una cosa naturale per un retaggio di clericalismo abbastanza forte».
in “Avvenire” del 30 giugno 2023

I preti non sono dei consacratori di particole (transustanziatori),
anche se a servizio della comunione ecclesiale presiedono l'assemblea che celebra l'Eucarestia.
Mc 230704

La parrocchia non è un messificio.
Non è nemmeno un rosarificio o un sacramentificio.
E' una comunità di cristiani,
una porzione del santo popolo di Dio,
che è Corpo di Cristo.
Mc 230703

Lettera del Santo Padre al nuovo Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede
A Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Victor Manuel Fernández
Vaticano, 1 luglio 2023
Caro fratello,
Come nuovo Prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede, ti affido un compito che considero molto prezioso. Ha lo scopo centrale di custodire l'insegnamento che scaturisce dalla fede per "dare ragione alla nostra speranza, ma non come nemici che puntano e condannano"[1].
Il Dicastero che presiederai in altri tempi ha usato metodi immorali. Erano tempi in cui più che promuovere il sapere teologico si perseguivano possibili errori dottrinali. Quello che mi aspetto da voi è sicuramente qualcosa di molto diverso.
Sei stato decano della facoltà di teologia di Buenos Aires, presidente della Società Argentina di Teologia e sei presidente della Commissione per la fede e la cultura dell'Episcopado argentino, in tutti i casi votato dai tuoi pari, che in questo modo hanno valorizzato il tuo carisma teologico. Come rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina hai incoraggiato una sana integrazione del sapere. D'altra parte, sei stato parroco di "Santa Teresita" e finora arcivescovo di La Plata, dove hai saputo mettere in dialogo il sapere teologico con la vita del santo popolo di Dio.
Dato che per le questioni disciplinari – legate in particolare agli abusi di minori – recentemente è stata creata una sezione specifica con professionisti molto competenti, ti chiedo di dedicare il tuo impegno personale in modo più diretto allo scopo principale del Dicastero che è “salvare la fede”[2].
Per non limitare il significato di questo compito, bisogna aggiungere che si tratta di "aumentare l'intelligenza e la trasmissione della fede al servizio dell'evangelizzazione, affinché la sua luce sia un criterio per comprendere il significato dell'esistenza, soprattutto di fronte alle domande che pongono il progresso delle scienze e lo sviluppo della società”[3]. Queste questioni, accolte in un rinnovato annuncio del messaggio evangelico, “diventano strumenti di evangelizzazione”[4], perché ci permettono di entrare in conversazione con “il contesto attuale in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità”[5].
Inoltre, sai che la Chiesa “deve crescere nella sua interpretazione della Parola rivelata e nella sua comprensione della verità”[6] senza che ciò implichi un unico modo di esprimerla. Perché "le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell'amore, possono anche far crescere la Chiesa"[7]. Questa crescita armoniosa preserverà la dottrina cristiana più efficacemente di qualsiasi meccanismo di controllo.
È bene che il tuo compito esprima che la Chiesa “incoraggia il carisma dei teologi e il loro sforzo di ricerca teologica” purché “non si accontentino di una teologia da scrivania”[8], con “una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto”[9]. Sarà sempre vero che la realtà è superiore all'idea. In questo senso, abbiamo bisogno che la teologia sia attenta a un criterio fondamentale: considerare “inadeguata qualsiasi concezione teologica che alla fine metta in discussione l’onnipotenza di Dio e, in particolare, la sua misericordia”[10]. Abbiamo bisogno di un pensiero che sappia presentare in modo convincente un Dio che ama, che perdona, che salva, che libera, che promuove le persone e le convoca al servizio fraterno.
Questo succede se "l'annuncio si concentra sull'essenziale, che è il più bello, il più grande, il più attraente e allo stesso tempo il più necessario"[11]. Sai bene che c'è un ordine armonioso tra le verità del nostro messaggio, dove il pericolo più grande si verifica quando le questioni secondarie finiscono per oscurare le centrali.
All'orizzonte di questa ricchezza il tuo compito implica anche una particolare cura per verificare che i documenti del Dicastero stesso e degli altri abbiano un adeguato sostentamento teologico, siano coerenti con il ricco humus dell'insegnamento perenne della Chiesa e allo stesso tempo ospitino il Magistero recente.
La Vergine Santissima ti protegga e ti protegga in questa nuova missione. Ti prego, non smettere di pregare per me.
Fraternalmente.

Mettersi a posto
di Lisa Ginzburg
Il rapporto tra chi osserva e chi è osservato si può intendere come di potere. Un fotografo, per esempio, esercita una forza nei confronti del proprio soggetto, nel momento in cui lo ha scelto e lo fa mettere in posa.
Lo sguardo è una forma di presa di possesso sul soggetto guardato, un atto che cela un’implicita richiesta di adeguamento da parte del “ritratto” alle richieste di colui che lo ritrae. Accade in fotografia, accade in pittura, in scultura, nel cinema: l’osservatore (pittore, fotografo, scultore, regista) si avvale di un astratto diritto di larvata supremazia. Uno stato di cose cui non mancano però luminose eccezioni: come quando la fotografa Diane Arbus racconta il suo adattarsi alle «cose malmesse». Lei che ha saputo ritrarre con sensibilità unica tanti soggetti “strani”, marginali, affetti da deformità, dice che sempre l’imperativo è stato adattarsi lei ai soggetti che fotografava, e non viceversa. «Se qualcosa è fuori posto davanti a me, mi metto a posto io», ha scritto in una illuminante nota sulla sua professione. “Metterci a posto noi”, gli osservatori, davanti a tante condizioni di caos, o malessere, o altro che trovandocelo di fronte ci procura disagio. Avere l’umiltà di essere noi a riposizionarci: quante volte dovremmo farlo, e non ne siamo capaci.
in “Avvenire” dell’8 marzo 2023

"Naturalmente spero che i ricchi turisti sepolti in un sommergibile durante una gita al relitto del Titanic vengano salvati. Leggo a tal proposito che le ricerche proseguono "con un grande dispiegamento di forze della Guardia Costiera degli Stati Uniti e delle forze armate canadesi".
Ahimé, non può non saltare agli occhi che decine di migliaia di umani nel Mediterraneo - che non possono certo pagare 250.000 dollari per una scampagnata in fondo al mare - non ricevono la medesima attenzione. Ma nemmeno un miliardesimo di quell'attenzione".
Mario Domina, Facebook, 230620

     Perché un prete in una comunità cristiana?

  1. Se si rispondesse: “Per fare la messa”, lo si ridurrebbe a due mani che offrono il pane e il vino e li consacrano con le parole di Gesù. E di fatto è spesso pensato e vissuto così: un uomo che non conosce e non è conosciuto dalla assemblea, però ha la “potestas” (il potere) di consacrare l’Eucarestia. Celebra e va, di fronte spesso a persone che arrivano, assistono al rito e se ne vanno (ancor prima che finisca il canto finale).
  2. Se si rispondesse: “Per le confessioni”, lo si considererebbe solo come un distributore di perdono, piazzato magari in un confessionale di un luogo particolarmente rinomato, senza rapporto con la vita della comunità e del penitente.
  3. Se si rispondesse: “Per star dietro ai giovani” o “Per star dietro agli anziani”, lo si vedrebbe solo come un operatore sociale, dedicato a organizzare eventi.
  4. Se si rispondesse: “Per istruire, guidare…”, lo si getterebbe nell’unico ruolo di maestro, insegnante, colto magari, permanendo nella convinzione che gli altri fedeli non sanno o non sanno fare.
  5. Se si rispondesse: “Per prendere le decisioni e mettere le firme”, gli si metterebbe l’elmetto del costruttore o il berretto piumato del generale, con la conseguente deresponsabilizzazione del resto dei “sudditi”.
  6. Se si rispondesse… quante altre risposte‼

     Tutte devono essere osservate, verificate, criticate alla luce di due forti idee-guida:

- la prima: il bene da custodire è il corpo reale di Cristo, la Chiesa. Gesù vuole molto bene alla Chiesa e la considera come la sua Sposa, la cui bellezza splendente deve essere la comunione, la fraternità dei rapporti, tra le diverse componenti, tutte piene di Spirito Santo. A volte, però, questa comunione è segnata, ferita dalle incomprensioni, dal peccato, dalla incapacità di articolare le ricchezze di tutti. Ecco perché, con la presenza dello Spirito Santo invocato nel rito di ordinazione, alcuni sono presi dal popolo e dedicati alla cura della edificazione della Chiesa, che resta ricca di tanti doni;

- la seconda: lo stile di coloro che servono l’unità della Chiesa nel rispetto delle varie componenti, deve essere quello di Gesù, Colui che si fa servo e offre la sua vita per il bene di tutti.

     Fuori da questi due criteri (ecclesiologico e cristologico) intrecciati, si dà una leadership che assomiglia troppo a quella del “mondo”, che ha come stile quello del boss o del narciso e come obiettivo il profitto, l’interesse.

     Invochiamo lo Spirito Santo perché illumini la Chiesa tutta a scegliere coloro che possano servire la comunione… pena il rischio di dissolvere il corpo di Gesù, la Chiesa, per la quale Cristo ha dato tutto se stesso.

don Marco

"Vedi caro, è difficile spiegare,
è difficile capire se non hai capito già.
Certe frasi sono un niente che non serve più sentire.
Vedi caro, è difficile spiegare,
è difficile capire se non hai capito già".
Francesco Guccini, Vedi cara

"All'angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: 'Così parla l'Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: 15 Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! 16 Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca'" (libro dell'Apocalisse 3,14-16).

C'era una volta sul Monte Athos un monaco che viveva a Karyes.
Beveva ogni giorno e si ubriacava e faceva scandalizzare i pellegrini.
Ad un certo punto morì e alcuni fedeli, sollevati, andarono dall'anziano Paisios per dirgli con grande gioia che questo enorme problema era stato finalmente risolto.
Padre Paisios rispose loro che sapeva della morte del monaco, dopo aver visto un intero battaglione di angeli che venivano a ricevere la sua anima.
I pellegrini si chiedevano e protestavano e alcuni cercavano di spiegare al vecchio Paisios di chi stessero parlando esattamente, pensando che il vecchio non capisse.
Padre Paisios disse loro: "Questo particolare monaco è nato in Asia Minore, poco prima della distruzione quando i turchi prendevano tutti i maschi. Per non portarlo via dai suoi genitori, lo portarono con loro al raccolto e perché non piangesse gli misero un po' di raki (grappa) nel latte perché dormisse. Perciò crescendo è diventato un alcolizzato. Ad un certo punto e dopo aver scoraggiato le risposte di vari medici a non mettere su famiglia, salì sul Monte Athos e si fece monaco. Lì trovò un vecchio e gli disse che era un alcolizzato. Il vecchio gli disse di fare penitenze e preghiere tutte le sere e di chiedere alla Vergine Maria di aiutarlo a ridurre almeno di 1 bicchiere di tutti quelli che beveva. Dopo un anno, con fatica e pentimento, è riuscito a diminuire dai 20 bicchieri che beveva, a 19 bicchieri. La lotta è continuata negli anni e ha raggiunto i 2-3 bicchieri in meno, ma con i restanti si ubriacava lo stesso".
Per anni il mondo ha visto un monaco alcolizzato che scandalizzava i pellegrini, mentre Dio vedeva un guerriero combattente che lottava con grande fatica per vincere il suo problema.
Cercherò di ricordarmene. Mc

Nel mondo ci sono persone che considerano gli altri come degli incapaci, perennemente incapaci.
Ci sono altre persone che considerano gli altri come dei maturi, sempre maturi.
Esistono poi delle persone che gli altri non li considerano, non li vedono proprio.
Mc 230608

 

 Oltre la sparizione dei preti, anche quella dei matrimoni: ma ci tocca?
di Sergio Di Benedetto
Una ricerca della diocesi milanese manifesta numeri dei preti in forte diminuzione; ma il dato ancora più marcato riguarda il netto calo dei matrimoni religiosi. Eppure non se ne parla.
6 giugno 2023

Hanno fatto abbastanza scalpore, perché rimbalzati sui media nazionali, i risultati di una ricerca pubblicata su La Scuola Cattolica (rivista del Seminario di Milano) condotta da don Martino Mortola e don Paolo Brambilla, con l’aiuto di demografi dell’Università Cattolica di Milano.

L’indagine, di natura primariamente statistica, ma con abbondanti ricadute pastorali, ha suscitato interesse e visibilità perché denuncia che nel prossimo futuro ci sarà un drastico calo del numero di sacerdoti attivi nel ministero della diocesi ambrosiana.

Di per sé questa non è una novità: basta avere un minimo il polso della situazione e il coraggio dell’intelligenza per confrontarsi con una realtà che, da tempo, è ormai evidente e che richiederebbe una grande forza e una ancor più grande libertà di cambiamento: queste però ancora faticano a sorgere.

In particolar modo ha avuto risonanza la notizia che nel 2040 (quindi fra 17 anni, non 170) ci saranno meno di 100 preti sotto i quarant’anni, in una diocesi che conta 5 milioni di abitanti (e, ad oggi, circa 1600 preti, molti ormai anziani): dati che, al solito, scatenano il web, mentre dovrebbero invitare a un ripensamento generale di quello che sarà il quotidiano delle nostre comunità, dei suoi sacerdoti e dei suoi laici.

C’è però un dato che è passato sotto silenzio nel dibattito — ennesimo segno che di clericalismo siamo un po’ tutti preda — ed è questo: dai 18.000 matrimoni religiosi degli anni ’90, ora siamo a circa 4.000 all’anno. Se la matematica non mi inganna, un calo circa dell’80%. Insomma, pochissimi ormai si sposano in chiesa (e pure questo è noto), ma anche qui il peso del numero è rilevante.

Va da sé, tutto si tiene: ordinazioni sacerdotali, matrimoni religiosi, battesimi (diminuiti anch’essi grossomodo del 70%, ma meno dei matrimoni religiosi). Tuttavia, a parte qualche sparuta voce e qualche buon esempio, si avverte un generale scoramento e un fatalismo innegabile sul tema del matrimonio: un calo vertiginoso dell’80% porta con sé numerose e serie questioni di pastorale giovanile, di pastorale educativa, di evangelizzazione delle relazioni, a partire da quelle decisive (il rapporto tra fidanzati, conviventi, etc.), di antropologia, di morale. E mentre si continuano ad additare esempi familiari fuori tempo massimo, tanto astratti quanto disincarnati, tutti intrisi di devozionalismo, sono una manciata coloro che compiono una scelta di matrimonio cristiano (a margine: tempo fa chiedevo quale pastorale si pensa per i conviventi, ossia la maggior parte delle persone che vivono la relazione di coppia sotto i 50 anni).

Tutto questo domanda una radicale revisione di approcci e percorsi, di creatività e di coraggio, di rivisitazione della concretezza della vita familiare (molto di più delle proposte arrivate l’anno scorso, su cui abbiamo già espresso forti riserve io e Gilberto Borghi); ma richiede anche uno sguardo vero, senza infingimenti, che si stacchi dal “non avremo più preti in parrocchia” e inizia a chiedersi: “avremo sposi in parrocchia”?

Passare sotto silenzio anche questi dati di realtà è l’ennesimo segno che il mondo va da una parte e spesso noi continuiamo ad arrabbiarci con l’orologio, perché non ferma le sue lancette. Alla radice, però, viene da chiedersi: il matrimonio cristiano — per come generalmente lo si presenta, lo si testimonia, lo si propone e, forse, lo si vive, — ha ancora qualcosa di significativo ed evangelico da dire agli uomini e le donne contemporanei?
https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/oltre-la-sparizione-dei-preti-anche-quella-dei-matrimoni-ma-ci-tocca/?fbclid=IwAR2NEvslH4He-VRZt89be0dLNtX2gGIsYFrrprO2lA4sL_Aiq3jvQmEobRI

*papa Francesco in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente*:
(...) "Abbiamo assistito a una «*crescente sensibilità riguardo all’ambiente e alla cura della natura*», maturando «una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta» (Enc. Laudato si’, 19). Gli esperti evidenziano chiaramente come le scelte e le azioni messe in atto in questo decennio avranno impatti per migliaia di anni. Si è ampliata la nostra conoscenza sull’impatto delle nostre azioni sulla nostra casa comune e su coloro che la abitano e che la abiteranno. Questo ha accresciuto anche il nostro senso di responsabilità davanti a Dio, che ci ha affidato la cura del creato, davanti al prossimo e davanti alle generazioni future.
«Mentre l’umanità del periodo post-industriale sarà forse ricordata come *una delle più irresponsabili della storia*, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (ibid., 165).
Il *fenomeno del cambiamento climatico* ci richiama insistentemente alle nostre responsabilità: esso investe in particolare i più poveri e più fragili, coloro che meno hanno contribuito alla sua evoluzione. È dapprima *una questione di giustizia e poi di solidarietà*. Il cambiamento climatico ci riporta anche a fondare la nostra azione su una cooperazione responsabile da parte di tutti.
(...) Si tratta di una sfida “grande” e impegnativa, perché *richiede un cambio di rotta, un deciso cambiamento dell’attuale modello di consumo e di produzione*, troppo spesso impregnato nella cultura dell’indifferenza e dello scarto, scarto dell’ambiente e scarto delle persone. (...)
«Non rubiamo alle nuove generazioni la speranza in un futuro migliore».
https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2023/06/05/0426/00948.html?fbclid=IwAR21DTfdzz_sMyIM3r3BY8RKFFzX_T2zNADsst-vDzCs84Mj1DN5jOTjpIA

Il papa ai preti: non scapoloni ma pastori con lo stile di Gesù

di Mimmo Muolo

Sacerdoti. Non scapoloni. Pastori «con lo stile di Gesù», non «chierici di stato» o «professionisti del sacro». Estranei alla «perversione» del clericalismo», capaci di stare con gli altri, immuni all’invidia, che spesso sfocia nel «chiacchiericcio» e men che mai affetti da quello che Francesco ha definito una forma di «bullismo» nei confronti degli stessi confratelli. Ma soprattutto i sacerdoti sono uomini di quattro relazioni: con Dio, con il vescovo, con gli altri presbiteri e con il popolo.

Sono gli spunti che il Papa ha offerto ieri ai partecipanti al simposio “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, promosso dalla Congregazione per i vescovi, nell’Aula Paolo VI, in Vaticano. Quelle quattro vicinanze, ha spiegato, riproducono « lo stile di Dio, che fondamentalmente è uno stile di vicinanza».

Papa Bergoglio ha premesso di non voler fare «teoria», ma di voler parlare della testimonianza ricevuta «da tanti sacerdoti nel corso degli anni», contemplando «quali erano le caratteristiche che li distinguevano e davano ad essi una forza, una gioia e una speranza singolari nella loro missione pastorale». E di questa testimonianza concreta appaiono infatti intessute le sue parole di ieri. La logica delle vicinanze, ha ricordato innanzitutto, consente al sacerdote «di rompere ogni tentazione di chiusura, di autogiustificazione e di fare una vita “da scapolo”, o da scapolone», perché invita a fare appello agli altri «per trovare la via che conduce alla verità e alla vita». In altri termini si tratta di quattro dimensioni che permettono «di gestire le tensioni e gli squilibri» di ogni giorno, una «buona scuola per giocare in campo aperto».

Francesco ha anche invitato a non restare ancorati alle consuetudini di ieri e a non lasciarsi attrarre troppo dalle fughe in avanti. «Sento che Gesù – ha detto –, in questo momento storico, ci invita ancora una volta a “prendere il largo” con la fiducia che, guidati da Lui, potremo discernere l’orizzonte da percorrere». In sostanza, citando la Pastores dabo vobis, di san Giovanni Paolo II, secondo cui «il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato », ha aggiunto a braccio: «Vai a dire tu a qualche vescovo, a qualche sacerdote che deve essere evangelizzato… non capiscono. È il dramma di oggi». Il Papa ha quindi analizzato le quattro vicinanze. Che cosa significa dunque vicinanza a Dio? Senza «una relazione significativa con il Signore – ha sottolineato – il nostro ministero è destinato a diventare sterile». Invece la vicinanza con Gesù, il con- tatto con la sua Parola, ci permette di confrontare la nostra vita con la sua e imparare a non scandalizzarci di niente di quanto ci accade, a difenderci dagli “scandali”». Dunque è una vicinanza che si nutre di ascolto della Parola, celebrazione eucaristica, silenzio dell’adorazione, affidamento a Maria, accompagnamento saggio di una guida, sacramento della Riconciliazione». Senza questo, e soprattutto senza la preghiera, un sacerdote è «solo un operaio stanco», ha ammonito il Pontefice. Per questo è bene riuscire a «rinunciare all’attivismo », per fare posto proprio nella preghiera «a tutta la miseria e al dolore» che il presbitero «incontrerà quotidianamente nel suo ministero, fino al punto di diventare egli stesso come il cuore di Cristo».

Quanto alla vicinanza al vescovo, il Papa ha corretto l’interpretazione secondo cui «per molto tempo» essa è stata di fatto identificata con l’obbedienza a senso unico. «Un’interpretazione lontana dal sentire del Vangelo». Ma il vescovo «non è un vigilatore, è un padre». E dunque l’obbedienza «può essere anche confronto, ascolto e, in alcuni casi, tensione». In sostanza, mentre è necessario «che i sacerdoti preghino per i vescovi e sappiano esprimere il proprio parere con rispetto e sincerità», anche ai vescovi è richiesta «umiltà, capacità di ascolto, di autocritica e di lasciarsi aiutare».

in “Avvenire” del 18 febbraio 2022

a cura di don Francesco Scanziani

Cos'è quella montagna in rosso?
Questa è una delle installazioni della nuova mostra permanente della Cité des sciences et de l'industrie, a Parigi, dedicata all'emergenza climatica.
🐂 La montagna rossa è il numero di kg di CO2 equivalente emessi per produrre 1 kg di carne bovina (27,84 kg).
🐟 La montagna blu è la stessa per il pesce (9,04 kg).
🐓 La montagna arancione è il pollo (5,52 kg)
🍚 La montagna grigia è il riso (2,76 kg).
Nei vassoi accanto, le piccole montagne sono alimenti (tutti a base vegetale) che emettono molti meno gas serra.
🥔 Compresa la patata in primo piano che emette solo 0,37 kg di CO2 per ogni kg prodotto.
Sapendo che il sistema alimentare contribuisce al 34% delle emissioni globali di gas serra, se vogliamo seriamente ridurle è importante tenere a mente questi ordini di grandezza.
https://www.facebook.com/pgarbownik

#piccolo
di Gianfranco Ravasi
"Niente è piccolo per una mente grande".
Come sanno tutti gli investigatori, gli indizi anche minimi possono essere decisivi per risolvere un giallo. Lo insegnava sistematicamente con la sua strabiliante acutezza psicologica e logica Sherlock Holmes, il popolare detective dei romanzi di Arthur Conan Doyle (1859-1930). Ed è proprio lui a darci il consiglio che abbiamo citato e che possiamo trasformare in un monito con un taglio morale ed esistenziale, in un tempo in cui trionfa l’eccesso a tutti i livelli. Saper vivere i piccoli valori è talora più impegnativo di atti grandiosi: la quotidianità è il campo di esercizio della vera grandezza umana.
Ma, stando più strettamente lungo la linea tracciata da Doyle, vorremmo aggiungere un ideale commento folgorante, proveniente da una vera «mente grande». Lo propone, infatti, nel suo Zibaldone Giacomo Leopardi: «I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto». È significativo che Cristo, stracciando la prassi antica di ignorarli, aveva scelto i bambini a emblema perfetto, anzi, a maestri di noi adulti: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 18,3). È un esercizio di purezza interiore del cuore, è una catarsi del nostro sguardo e del nostro orecchio da immagini prepotenti e infami e da boati e da parole sopra le righe e aggressive. È, in positivo, riuscire qualche volta di più - come suggeriva un altro poeta, l’inglese William Blake - a «vedere il mondo in un granello di sabbia, il firmamento in un fiore di campo, a tenere l’infinito nel cavo della mano, l’eternità in un’ora».
in “Il Sole 24 Ore” del 19 febbraio 2023

L'Unico che non finì di danzare
"Un giorno chiesero a Neureyev cosa provava all'idea che, prima o dopo, avrebbe smesso di danzare. Pare che inaspettatamente egli si concesse un ampio sorriso, prima di rispondere con assoluta certezza che quell'addio avrebbe coinciso con l'attimo stesso dell'addio alla vita, perché "solo la morte è la fine della danza".
In un giorno qualsiasi sotto Tiberio, dopo l'ennesimo cadavere tirato giù e sistemato per il sonno eterno, ecco che lo squallido copione si scardina del tutto, e a distanza di duemila anni sia i credenti che gli scettici fanno ancora i conti con l'unico che dopo la morte non finì di danzare.
Nel polittico Averoldi, dipinto cinque secoli fa da Tiziano Vecellio, Gesù è raffigurato con le braccia aperte, quasi si divertisse a mimare la posizione del crocifisso senza più la croce, e si slancia sulla gamba sinistra sollevando l'altra in aria, torcendo il busto: insomma, la sua sembra davvero una danza.
E in quel danzare c'è il riscatto di tutto ciò che la morte ha tolto, sottratto o interrotto agli uomini, c'è il ribaltarsi di tutto. Ecco perché la Risurrezione di Tiziano è formidabile: lo è nella misura in cui ci racconta un Cristo danzante che è una liberazione, un oltraggio, una ribellione scandalosa.
Alla fine sta tutta qui la potenza eversiva del cristianesimo, ahimé cristallizzato in una liturgia che s'è fatta sclerosi, il cui nucleo era e resta: io e voi non ci perderemo, nel tempo, come lacrime nella pioggia".
Stefano Massini


Resistenza. Non cedere a forze o spinte

di Nunzio Galantino
(...) "La parola resistenza deriva dal verbo composto re-sistere; a sua volta collegato alla radice sanscrita stha, che esprime l’idea dello stare o del rendere fermo/stabile, preceduto dal prefisso rafforzativo re. Letteralmente la resistenza è l’atto fermo e ostinato del non cedere mediante una qualunque
forma di opposizione all’invadenza di una forza o di una spinta. Un termine che evoca essenzialmente staticità e voglia di non cedere. Non riferita però solo all’ambito fisico. (...) Altri autori hanno poi scritto sull’importanza della «resistenza intima», come la chiama J. M. Esquirol. Il filosofo catalano parte da una constatazione fin troppo evidente. Le forze che tendono a disgregare la nostra esistenza e a ridurre in frantumi le nostre relazioni non sono solo le forze esterne o quelle legate al clima. Vi sono pratiche quotidiane e forme di comunicazione che gradualmente, ma inesorabilmente, tendono a indebolire, se non proprio a demolire le risorse interiori di ciascuno di noi. Di fronte alla loro invadenza, può solo salvarci la «resistenza intima»,
che nulla ha a che fare con il comodo e sterile intimismo. Si tratta piuttosto di una resistenza molto vicina a quella maturata nella riflessione e nelle scelte di D. Bonhoeffer. Una resistenza che si nutre di responsabilità, non intende rinunziare all’analisi della realtà, resta fedele alla terra e, per non
arrendersi alla mediocrità, non ama pascersi di slogan irresponsabili".
in “il Sole 24 Ore” del 15 gennaio 2023

"Quando Dio tace: il mistero della Parola"
(...) "La Bibbia è per eccellenza Parola di Dio, ma è al tempo stesso “mistero”, vocabolo che ha alla base il verbo greco mýein, che significa “tacere, chiudere le labbra” (ed è ciò che accade quando si pronuncia questa parola).
(...) "La prima scena che scegliamo è descritta nel capitolo 19 del Primo Libro dei Re: un uomo avanza solitario sulle pendici scoscese e pietrose del monte Sinai. Alle spalle ha ancora il ricordo di giorni pieni di incubi, quando il potere repressivo lo voleva far tacere non solo chiudendogli la bocca, ma
anche cercando di eliminarlo fisicamente. È Elia, il profeta, il cui nome è già un programma: «Solo il Signore [Jhwh] è Dio». Non lo è Baal, la divinità che la regina Gezabele, principessa fenicia di Tiro, seguita dal marito, il re Acab, vorrebbe imporre al popolo ebraico.
Siamo nel IX secolo a.C. nel regno settentrionale di Israele, distinto da quello di Giuda e Gerusalemme, retto dai discendenti di Davide. A contestare la politica religiosa e sociale, colma di prevaricazioni e di ingiustizie, di quella coppia reale era rimasto soltanto Elia. Il profeta sta ascendendo verso la vetta ove Israele era nato come popolo, il Sinai, in una sorta di pellegrinaggio alle origini. Lassù Elia, che durante la marcia nel deserto era stato afferrato persino dalla tentazione di lasciarsi morire, cerca di ritrovare la sua vocazione profetica, precipitata nella crisi della
solitudine e dell’ostilità. Egli attende che il Signore gli parli.
Forse la voce divina si nasconde nel «vento impetuoso e gagliardo, capace di spaccare i monti e di infrangere le rocce. E invece il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto; ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, ci fu una folgore; ma il Signore non era neppure nella folgore» (1Re 19,11-12). È alla fine che accade la grande sorpresa: l’originale ebraico di solito è tradotto così: «Dopo la folgore, ci fu il mormorio di un vento leggero» (19,13). Elia comprende che il vero Dio non è nel clamore, ma nella quiete, non è nella vendetta, ma nella costanza paziente
e, secondo la prassi sacrale, si copre il viso perché − come dice la Bibbia − «nessuno può vedere il volto di Dio e rimanere in vita» (Es 33,20). Tuttavia, quelle tre parole ebraiche, qôl demamah daqqah, prese in sé, significano letteralmente “una voce di silenzio sottile”. Dio è, sì, una voce, ma che ha il suo vertice nel silenzio, nel mistero. Irraggiungibile e irriducibile a figure o immagini, egli è ineffabile e invisibile, tant’è vero che il giudaismo non pronuncerà il suo nome, affidandolo solo a quattro consonanti (Jhwh). Eppure, questo Dio silenzioso non è muto, è attivo e rilancerà Elia nella
sua missione di giustizia e di verità, e il profeta in quel silenzio ritroverà la sorgente della vera parola che giudica e che salva. Ritornerà, così, nel regno di Israele a far sentire di nuovo con potenza la sua voce contro le ingiustizie e le apostasie". (...)
Gianfranco Ravasi, Avvenire, 2.4.2023

(...) «Questa è cattolicità: tutti noi, chiamati per nome dal buon Pastore, siamo chiamati ad accogliere e diffondere il suo amore, a rendere il suo ovile inclusivo e mai escludente. E, perciò, siamo tutti chiamati a coltivare relazioni di fraternità e di collaborazione, senza dividerci tra noi, senza considerare la nostra comunità come un ambiente riservato, senza farci prendere dalla preoccupazione di difendere ciascuno il proprio spazio, ma aprendoci all’amore vicendevole. (...)
Essere “in uscita” significa per ciascuno di noi diventare, come Gesù, una porta aperta. È triste e fa male vedere porte chiuse: le porte chiuse del nostro egoismo verso chi ci cammina accanto ogni giorno; le porte chiuse del nostro individualismo in una società che rischia di atrofizzarsi nella solitudine; le porte chiuse della nostra indifferenza nei confronti di chi è nella sofferenza e nella povertà; le porte chiuse verso chi è straniero, diverso, migrante, povero. E perfino le porte chiuse delle nostre comunità ecclesiali: chiuse tra di noi, chiuse verso il mondo, chiuse verso chi “non è in regola”, chiuse verso chi anela al perdono di Dio. Fratelli e sorelle, per favore, per favore: apriamo le porte! Cerchiamo di essere anche noi – con le parole, i gesti, le attività quotidiane – come Gesù: una porta aperta, una porta che non viene mai sbattuta in faccia a nessuno, una porta che permette a tutti di entrare a sperimentare la bellezza dell’amore e del perdono del Signore.
Ripeto questo soprattutto a me stesso, ai fratelli Vescovi e sacerdoti: a noi pastori. Perché il pastore, dice Gesù, non è un brigante o un ladro (cfr Gv 10,8); non approfitta, cioè, del suo ruolo, non opprime il gregge che gli è affidato, non “ruba” lo spazio ai fratelli laici, non esercita un’autorità rigida. Fratelli, incoraggiamoci ad essere porte sempre più aperte: “facilitatori” della grazia di Dio, esperti di vicinanza, disposti a offrire la vita».
pap Francesco, omelia del 30 aprile 2023

(...) "Con questo suo spirito di servizio, con la sua capacità di fare posto a Gesù, Giovanni il Battista ci insegna una cosa importante: la libertà dagli attaccamenti. Sì, perché è facile attaccarsi a ruoli e posizioni, al bisogno di essere stimati, riconosciuti e premiati. E questo, pur essendo naturale, non è una cosa buona, perché il servizio comporta la gratuità, il prendersi cura degli altri senza vantaggi per sé, senza secondi fini, senza aspettare il contraccambio. Farà bene anche a noi coltivare, come Giovanni, la virtù di farci da parte al momento opportuno, testimoniando che il punto di riferimento della vita è Gesù. Farsi da parte, imparare a congedarsi: ho fatto questa missione, ho fatto questo incontro, mi faccio da parte e lascio posto al Signore. Imparare a farsi da parte, non prendere qualcosa come un contraccambio per noi.
Pensiamo a quanto è importante questo per un sacerdote, che è chiamato a predicare e celebrare non per protagonismo o per interesse, ma per accompagnare gli altri a Gesù". (...)
papa Francesco, Angelus 15.01.2023

Veracità. Come ridare bellezza alla realtà
di Nunzio Galantino
"La veracità è il contrario della menzogna esistenziale. È il contrario della scelta consapevole di eludere, di rinunziare a porsi di fronte agli avvenimenti e ai volti. (...)
La veracità toglie gli occhiali che travisano la realtà. Le restituisce tutta la bellezza, ma anche tutta la sua drammaticità, tanto da esigere sempre una presa di posizione. Il verax (verace), anche etimologicamente, deriva da verum (vero) e ad esso attinge in massimo grado. Si può dire che la veracità è costruita a rinforzo del vero ed esprime la conformità di gesti e scelte esteriori con il proprio vissuto interiore, con i propri pensieri e con i propri sentimenti. Di questi, la veracità è segno. Fatta per lo più di poche parole o, forse, di nessuna.
È una pianta che cresce solo «nel silenzio e nella solitudine» (Romano Guardini, Lettere sull’autoformazione), senza la pretesa ricercata di dare lezioni. Cresce con un’unica pretesa: non mancare all’appuntamento con tutto ciò che chiede attenzione.
È questo il terreno di coltura della veracità. Da una parte, domande, mani tese, ferite che sanguinano, gioie che tendono a esplodere; dall’altra, attenzione, voglia di esserci per non eludere. È questo incontro che rende verace un’esistenza e sostituisce le logiche di calcolo meschino con una luminosità che non acceca, ma illumina e contagia. Proprio perché rinunzia allo scostante voler sapere tutto meglio e al sottolineare in maniera ossessiva sé stessi. Attraverso affermazioni enfatiche, racconti insopportabili, recite ripetitive e sguardi senz’anima.
L’esistenza verace non è al riparo dalla prova della solitudine in cui può essere ricacciata da domande e dubbi sulla strada che si sta percorrendo. Soprattutto quando lo si fa con discrezione e senza tramutare la propria veracità in una clava da brandire, nemmeno nei confronti di chi vive apertamente in maniera inautentica. La persona verace spesso dubita di non essere all’altezza. Questo farà crescere in lei il bisogno di prendersi pazientemente per mano e di fare altrettanto con gli altri".
in “Il Sole 24 Ore” del 16 aprile 2023