Presepe in una delle chiese di Betlemme:

«Sai che i farisei, a sentire questa parola, si sono scandalizzati?». E Gesù rispose: «Ogni pianta, che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata. Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» (vangelo secondo Matteo, cap. 15).

“Ho capito, Signore. La pace non me la può dare nessuno. È inutile che speri. I governi, gli stati, i continenti hanno bisogno di pace anche loro e non ne sono capaci. E camminano tutti su strade sbagliate. Essi pensano che la pace si possa ottenere con le armi, incutendo paura agli altri stati e agli altri continenti. E intanto si armano, e studiano sistemi sempre più potenti e micidiali.

Tutti vogliono essere forti. Dicono: solo un forte può imporre il rispetto e la pace. Come se la pace fosse un fatto di imposizione e non d’amore. Io non ho mai visto che ci sia pace per queste strade. Questo è uno squilibrio di terrore: un’altra maniera per essere schiavi; una maniera apparentemente civile. Invece è barbarie come tutte le altre barbarie. Infatti il più forte dice al più debole: guai se ti muovi! E non ha importanza che magari la situazione del debole sia insostenibile, ingiusta, umiliante. Non ha importanza che sia, ad esempio, la fame o la mia condizione di uomo di colore a spingermi a gesti assurdi.

Ma verrà, uomini, verrà — e non è lontano: io per questo prego e spero — quel giorno che l’oceano nero di miseria e di dolore si metterà in moto, uscirà dai suoi confini con il boato della disperazione. Quell’oceano della collera dei poveri, degli oppressi, dei delusi! Un oceano misteriosamente ancora calmo. Ma fino a quando? Perché non può durare così. Ora la coscienza sta maturando in profondità e in silenzio; ma poi eromperà e allora sarà più notte della notte.(…)

Allora l’oceano dei poveri strariperà come se la terra fosse capovolta, scossa dalle fondamenta. Va bene: i potenti ci ammazzeranno in molti. Ma pure molti di loro saranno ammazzati. No, per queste strade della sopraffazione e del terrore non ci può essere pace”.

in “L’Osservatore Romano” del 18 marzo 2022 - Nel 1967 padre David MariaTuroldo partecipò, insieme a Giuseppe Lazzati, a una tavola rotonda organizzata dall’Ufficio cultura del Comitato provinciale della Democrazia cristiana di Milano. Riproponiamo stralci del suo intervento che venne pubblicato nel libro «David Maria Turoldo. La sfida della pace», a cura di Elena Gandolfi (Bellavite Editore, 2003).

La lettera di Elena Cecchettin: «I "mostri" non sono malati, sono figli sani del patriarcato»
di Elena Cecchettin
"Turetta viene spesso definito come mostro, invece mostro non è. Un mostro è un’eccezione, una persona esterna alla società, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità. E invece la responsabilità c’è. I «mostri» non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro.
La cultura dello stupro è ciò che legittima ogni comportamento che va a ledere la figura della donna, a partire dalle cose a cui talvolta non viene nemmeno data importanza, ma che di importanza ne hanno eccome, come il controllo, la possessività, il catcalling. Ogni uomo viene privilegiato da questa cultura.
Viene spesso detto: «Non tutti gli uomini». Tutti gli uomini no, ma sono sempre uomini. Nessun uomo è buono se non fa nulla per smantellare la società che li privilegia tanto. È responsabilità degli uomini in questa società patriarcale dato il loro privilegio e il loro potere, educare e richiamare amici e colleghi non appena sentano il minimo accenno di violenza sessista. Ditelo a quell’amico che controlla la propria ragazza; ditelo a quel collega che fa catcalling alle passanti; rendetevi ostili a comportamenti del genere accettati dalla società, che non sono altro che il preludio del femminicidio.
Il femminicidio è un omicidio di Stato, perché lo Stato non ci tutela, perché non ci protegge.
Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’ amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e bisogna dare la possibilità di chiedere aiuto a chi ne ha bisogno.
Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto".
https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/venezia-mestre/cronaca/23_novembre_20/lettera-elena-cecchettin-a165ccdc-5bd8-4db1-bdaf-963424ba0xlk.shtml

"Chi si fa la guerra pensa che l'altro sia "il cattivo". Considera sé stesso "il buono". Giustifica la necessità della guerra grazie a questa opposizione tra me "buono" e te, antagonista, "cattivo".
È proprio per questa logica assurda che tutto è permesso, contro il cattivo. È lecito il suo contenimento e addirittura la sua distruzione.
Se il mio nemico è il cattivo, il processo di deumanizzazione e già iniziato: posso ucciderlo, posso bombardare la sua casa, città, scuola, ospedale perché è il simbolo di tutto ciò che considero il male assoluto.
"Deumanizzazione" è una parola recente. Significa, in sintesi, togliere l'umano da una persona. Renderla, cioè, un oggetto, una cosa. In questo modo, togliere la vita a quella persona non sarà considerato da chi la uccide un atto terribile e senza ritorno. Sembrerà un gesto "giusto", come succede nei videogiochi, quando si uccide non una persona ma un personaggio sullo schermo.
Uccidere un bambino, una ragazza, una persona con un drone - cioè con un robot - avvicina sempre di più la realtà al videogioco. Non c'è sangue, c'è solo un'immagine sbiadita su uno schermo: il missile che viene lanciato cade su un edificio, oppure su una spiaggia. Tutto è in bianco e nero, come se fosse un'ecografia.
La deumanizzazione è un processo che richiede tempo, perché occorre innanzitutto cambiare il modo di pensare delle persone. Saranno poi quelle stesse persone a combattere e uccidere "il cattivo", cioè il nemico. Si comincia con strumenti differenti dalle armi: si comincia con le parole, usate per trasformare il nemico in "cattivo". Così cattivo da non essere più umano".
Paola Caridi, Pace e guerra, Feltrinelli Kids

 
(...) "Oggi si vedono tutti i limiti, segnalati da molti, del modello del parroco di più parrocchie: itinerante, oberato di lavoro e burocrazia, sempre ovunque e in nessun luogo, costantemente in fatica e senza riuscire a costruire legami significativi. Si chiede troppo all’uomo, si trasforma la teologia del presbitero-pastore e si mantengono una serie di strutture non più necessarie. Tutto questo in un contesto che vedrà, ben presto, un’ulteriore forte diminuzione del numero dei preti. Si può affrontare il problema in altro modo?
(...)".
https://www.vinonuovo.it/comunita/esperienze-di-chiesa/possiamo-mettere-un-vincolo-sui-preti/?fbclid=IwAR1WunRNdcBB62U_LyXm6OijNTU8pY4ZYgjYTSATj-mLm7xEwWrFl__wtkc

(...) "Sembra di risentire Carlo Maria Martini, che amava quei luoghi: «*Ci sarà la pace quando capiremo il dolore degli altri*». Questa storia risplende, come una piccola luce nel buio.
L’orrore avvolge la Terra Santa — terra insanguinata, violata, oltraggiata — e tutto lascia pensare che non finirà presto: poveri figli di Abramo. Settimane, mesi, anni, che vanno ad aggiungersi a tanti altri anni, a qualche illusione e infinite delusioni. *I protagonisti sembrano interessati a infliggere dolore, più che a comprenderlo*. (...)
La difficoltà di capire il dolore degli altri non riguarda solo chi si trova dentro il conflitto. *Riguarda tutti noi, ed è perfino più grave perché non ha neppure l’attenuante della disperazione*. (...)
Alla base, anche qui, c’è l’incapacità di capire il dolore degli altri.
In giornate come queste, se il cuore non aiuta, la mente si perde. Diventa difficile pensare, faticoso comprendere, impossibile giudicare. A quel punto ci si muove con il vento, che soffia da ogni direzione: basta un’opinione televisiva, un’immagine in rete, una notizia sui social e ci si lancia in accuse sballate e difese grottesche. *Sarebbe più onesto limitarsi a dire, come papa Francesco: "La guerra è una sconfitta per tutti"*.
Se ci abituiamo all’orrore, finiremo per non provarlo più. Il dolore non è dispiacere. È molto più serio, più grave, più istruttivo".
Beppe Severgnini, 2.11.2023

Tra i fili di dialogo e incontro che, dolorosamente e con fatica, non si sono spezzati, in questi giorni difficili per israeliani e palestinesi, c'è l'esperienza dell'associazione Road to Recovery. (...) Road to Recovery è un’organizzazione formata da una fitta rete di volontari ebrei che trasportano, con le loro auto, malati palestinesi – per la maggior parte bambini, bisognosi di cure salvavita – fino ad ospedali israeliani. Vanno a prenderli e li riportano ai numerosi check-point dislocati in tutto Israele al confine con i Territori Occupati. (...)
https://www.terrasanta.net/2023/10/sulle-strade-per-la-guarigione-con-il-cuore-a-pezzi/?https://www.custodia.org/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter_utenti%20ita_30_10_23

(...) "Ripetiamolo per l’ennesima volta: non è rimandabile al decennio prossimo un ripensamento sostanziale di ciò che il prete fa e dovrebbe fare nella vita quotidiana di una parrocchia media. E questo vorrebbe dire anche dare ascolto alle voci, di sacerdoti e laici, che sul campo hanno intuizioni buone su come si potrebbe fare diversamente".
https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/i-preti-generosi-ci-sono-ma-li-stanno-quasi-ammazzando/

*A conclusione della fase 2023 del Sinodo*.
"La *Relazione di sintesi* non riprende o ribadisce tutti i contenuti dell’Instrumentum laboris, ma rilancia quelli ritenuti prioritari. Essa non è in alcun modo un documento finale, ma *uno strumento al servizio del discernimento che dovrà ancora continuare*.
Il testo è strutturato in *tre parti*. La prima delinea *“Il volto della Chiesa sinodale”*, presentando i principi teologici che illuminano e fondano la sinodalità. Qui lo stile della sinodalità appare come un modo di agire e operare nella fede che nasce dalla contemplazione della Trinità e valorizza unità e varietà come ricchezza ecclesiale. La seconda parte, intitolata *“Tutti discepoli, tutti missionari”*, tratta di tutti coloro che sono coinvolti nella vita e nella missione della Chiesa e delle loro relazioni. In questa parte la sinodalità si presenta principalmente come cammino congiunto del Popolo di Dio e come dialogo fecondo di carismi e ministeri a servizio dell’avvento del Regno. La terza parte porta il titolo *“Tessere legami, costruire comunità”*. Qui la sinodalità appare principalmente come un insieme di processi e una rete di organismi che consentono lo scambio tra le Chiese e il dialogo con il mondo.
In ciascuna delle tre parti, *ogni capitolo raccoglie le convergenze, le questioni da affrontare e le proposte emerse dal dialogo*. Le convergenze identificano i punti fermi a cui la riflessione può guardare: sono come una mappa che consente di orientarci nel cammino e non smarrire la strada. Le questioni da affrontare raccolgono i punti su cui abbiamo riconosciuto che è necessario continuare l’approfondimento teologico, pastorale, canonico: sono come degli incroci sui quali occorre sostare, per capire meglio la direzione da prendere. Le proposte indicano invece possibili piste da percorrere: alcune sono suggerite, altre raccomandate, altre ancora richieste con più forza e determinazione.
*Nei prossimi mesi le Conferenze Episcopali e le Strutture Gerarchiche* delle Chiese Orientali Cattoliche, facendo da raccordo tra le Chiese locali e la Segreteria Generale del Sinodo, svolgeranno un ruolo importante per lo sviluppo della riflessione. A partire dalle convergenze raggiunte, sono chiamate a *concentrarsi sulle questioni e sulle proposte più rilevanti e più urgenti*, favorendone l’approfondimento teologico e pastorale e indicando le implicazioni canonistiche.
Portiamo nel cuore il desiderio, sorretto dalla speranza, che *il clima di ascolto reciproco e di dialogo sincero* che abbiamo sperimentato nei giorni di lavoro comune a Roma si irradi nelle nostre comunità e in tutto il mondo, a servizio della crescita del buon seme del Regno di Dio".
https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2023/10/28/0751/01653.html

Sinodo - *La "Lettera al popolo di Dio"*. Il testo integrale del documento indirizzato dall'assemblea sinodale a tutta la Chiesa: il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. La Chiesa ha bisogno di ascoltare tutti.
https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2023-10/lettera-popolo-di-dio-sinodo-sinodalita.html?fbclid=IwAR3zdvz7TQ2dWgSwg2CoGyfE7XE40Me0-e62ExeUpsPVTOfeMN74bFBHeRM

*Dal patriarca latino di Gerusalemme , il card. Pizzaballa*
"(...) In tutto questo frastuono dove il rumore assordante delle bombe si mischia alle tante voci di dolore e ai tanti contrastanti sentimenti, sento il bisogno di condividere con voi una parola che abbia la sua origine nel Vangelo di Gesù, perché in fondo è da lì che tutti noi dobbiamo partire e lì dobbiamo sempre ritornare. Una parola di Vangelo che ci aiuti a vivere questo tragico mo-mento unendo i nostri sentimenti a quelli di Gesù.
Guardare a Gesù, ovviamente, non significa sentirci esonerati dal dovere di dire, denunciare, richiamare, oltre che consolare e incoraggiare. (...)
Si, abbiamo il dovere di affermarlo e denunciarlo. Il ricorso alla violenza non è compatibile col Vangelo, e non conduce alla pace. La vita di ogni persona umana ha una dignità uguale davanti a Dio, che ci ha creati tutti a Sua immagine (...)
Avere il coraggio dell’amore e della pace qui, oggi, significa non permettere che odio, vendetta, rabbia e dolore occupino tutto lo spazio del nostro cuore, dei nostri discorsi, del nostro pensare. Significa impegnarsi personalmente per la giustizia, essere capaci di affermare e denunciare la verità dolorosa delle ingiustizie e del male che ci circonda, senza però che questo inquini le nostre relazioni. Significa impegnarsi, essere convinti che valga ancora la pena di fare tutto il possibile per la pace, la giustizia, l’uguaglianza e la riconciliazione. Il nostro parlare non deve essere pieno di morte e porte chiuse. Al contrario, le nostre parole devono essere creative, dare vita, creare prospettive, aprire orizzonti.
Ci vuole coraggio per essere capaci di chiedere giustizia senza spargere odio. Ci vuole coraggio per domandare misericordia, rifiutare l’oppressione, promuovere uguaglianza senza pretendere l’uniformità, mantenendosi liberi.". (continua a leggere:)
https://www.lpj.org/it/posts/letter-to-the-entire-diocese.html?fbclid=IwAR1CRZT2k2sX7ksbVuib1aj1yDIhoUGEFXyhxImgfgcK80kMp4mauo81bRY

«Abbiamo chiuso gli occhi», dice Mario Giro, membro della Comunità di Sant’Egidio. «Come si spiega la pace? Con la storia: a cosa hanno portato gli ultimi 75 anni di conflitto? A niente, per entrambi i popoli».
“Per la Comunità di Sant’Egidio, conflitto e povertà sono strettamente connessi. La guerra è la madre di tutte le povertà, e distrugge il futuro di interi popoli. Le popolazioni civili sono le prime vittime del conflitto, schiacciate nella tenaglia di opposti schieramenti. Tra i civili i più colpiti sono i poveri che nessuno difende, spesso vittime della violenza di entrambe le parti. C’è in Sant’Egidio la convinzione spirituale che la guerra è un male, che non è un destino ineluttabile nella storia dell’umanità e che la pace è sempre possibile. Occorre trovare le vie per realizzarla anche quando queste sono tortuose. La forza che sorregge gli sforzi della Comunità è la volontà di pace dei popoli ostaggi della guerra e della violenza, che non trova sbocco nella mediazione politica”. (leggi ancora...)
https://www.vita.it/gaza-per-troppo-tempo-abbiamo-fatto-finta-di-non-vedere-lodio-che-cresceva/

Proprio Domenica scorsa, come detto nella mia omelia.
(...) "Padre Ihor Boyko, rettore seminario di Lviv la mattina dopo, domenica 15 ottobre deve commentare il brano che la liturgia Greco Cattolica gli propone, Vangelo di San Luca al capitolo 6, 27-36. Il brano che domenica 15 ha risuonato in ogni chiesa ucraina, quello dell’«Amate i vostri nemici». «Parole difficili oggi per il nostro popolo, parole dure», dice padre Ihor.
Ecco il passo del Vangelo d Luca: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. (…) Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso».
Padre Ihor ricorda come tante volte le parole di Gesù abbiamo allontanato la gente che le sentivano dure, radicali, spesso incomprensibili, tanto è vero che un giorno Gesù chiede ai discepoli, ai suoi amici: “Volete andarvene anche voi?”. Per tutti risponde Pietro: “Signore dove andremo, tu solo hai parole che danno la vita”. Ovvero, commenta padre Ihor, che non ci fanno morire, che non ci fanno rinchiudere in noi stessi.
Questo Vangelo ha parole dure per me e il nostro popolo, ma come è possibile amare chi ci bombarda, chi stupra le nostre donne, chi rapina le nostre case e ci ruba i figli? Chi ci sottrae la terra e uccide i padri? Si domanda padre Ihor. Lo soccorre la prima lettura, un brano della Seconda lettera ai Corinzi 12, 9-10 in cui San Paolo scrive: “Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte”.
Mi compiaccio della mia debolezza, ripete il rettore, “da soli non ce la facciamo a perdonare il nostro nemico, è un invito troppo difficile, quasi irreale. Cosa possiamo fare allora noi nella nostra debolezza? Risponde alla domanda così padre Ihor, bisogna guardare a Gesù in croce che ha chiesto al Padre di perdonare dicendo quella frase potentissima “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Ecco anche noi, deboli e incapaci di perdonare possiamo, guardare a quella croce e dire le parole che lui ha detto, possiamo unire la nostra voce alla sua “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
https://www.vita.it/lviv-la-memoria-il-dolore-e-il-vangelo-di-san-luca/

Comunità. Un dono reciproco e condiviso
di Nunzio Galantino
In maniera decisa, D. Bonhoeffer afferma che la comunità non è il «sanatorio dello spirito» (La vita comune). ll teologo luterano sta parlando della comunità religiosa. Ma quanto egli afferma vale per qualsiasi forma di comunità; anche morale, politica o culturale. È sempre un organismo molto complesso, come testimonia la derivazione etimologica della parola comunità; dal latino communitas, composta da cum (insieme) e da munus, che è obbligo, ma anche dono, favore, offerta.
Si può dire allora che, in un primo senso, la comunità è un insieme di persone che si raccolgono intorno a un onere/compito, vissuto come dono reciproco e condiviso. In essa, il singolo gode di una rete di protezione e di una serie di aiuti per sviluppare la propria identità; senza un eccesso di vicinanza che ritarda o annulla il diritto alla distanza. A questo proposito, l’antropologo Helmutt Plessner afferma che «La comunità deve seguire il ritmo della danza, che è l’ethos della grazia, in cui tutto si gioca sul delicato equilibrio tra l’avvicinamento discreto e l’allontanamento sensibile».
La comunità vive quindi di un delicatissimo equilibrio tra le esigenze della persona e quelle della comunità. Vi sono infatti momenti in cui il carattere generativo che caratterizza ogni vera comunità deve farle accettare la migrazione delle persone che la compongono verso nuove esperienze ed altre identità. Per evitare che la comunità si trasformi in luogo-rifugio e firmi la propria rovina, certificata dall’appiattimento di aspirazioni, qualità, emozioni e intoccabili interiorità. (…)
in “Il Sole 24 Ore” del 8 agosto 2021

Amnesty International - Italia - 10.10.2023
"Quello che sta accadendo in questi giorni in Israele, a Gaza e nel resto dei Territori occupati palestinesi è sconvolgente. Il bilancio delle vittime civili continua a salire, così come il livello di violenza.
Le scioccanti uccisioni sommarie e i rapimenti di civili da parte di Hamas hanno dimostrato un agghiacciante disprezzo per la vita e per il diritto internazionale. Gli attacchi deliberati contro la popolazione civile e la presa di ostaggi sono crimini di guerra e non possono essere giustificati in nessuna circostanza.
Nel frattempo, gli incessanti attacchi aerei israeliani su Gaza stanno annientando decine di famiglie e distruggendo interi quartieri. Ancora una volta i civili a Gaza sono intrappolati e non hanno alcun posto per mettersi al sicuro. Il massacro di civili a Gaza non porterà né giustizia né sicurezza e Israele lo deve riconoscere.
Ieri il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha annunciato l'assedio completo di Gaza. Dopo 16 anni sotto un blocco illegale, l'ulteriore mancanza di acqua, cibo, elettricità e carburante porterà alla popolazione di Gaza sofferenze inimmaginabili. Questa è una punizione collettiva e si configura come un crimine di guerra.
I civili continueranno a pagare il prezzo più alto se non verranno affrontate le cause profonde della violenza, incluse l’impunità radicata per i crimini di guerra commessi da ambo le parti e il sistema di apartheid israeliano contro i palestinesi".

"Ci troviamo oggi di fronte ad una congiuntura sociale mai sperimentata nella storia. Siamo entrati in un nuovo periodo della vicenda umana sulla terra: vecchie strutture ideologiche e politiche sono cadute, si stanno cercando confusamente nuovi equilibri, si avverte la necessità di un nuovo ordinamento internazionale: la geografia del mondo sta cambiando. Se il muro che divideva l'Europa è stato abbattuto, si sente d'altro canto la spinta ad erigere tanti nuovi muri, talvolta più alti, in nome della difesa della propria sicurezza. Muri all'interno degli stati, muri tra nazione e nazione, un grande muro tra Nord e Sud del mondo. La tentazione del Nord è quella di ritirarsi, alzando una grande barriera che la protegga dall'insicurezza e dall'instabilità che viene dal Sud: è il grande muro che doveva proteggere l'antico impero romano dai barbari. L'attenuarsi della solidarietà, il crescente individualismo, la privatizzazione delle coscienze, le paure e le insicurezze che spingono l'individuo a ritirarsi nel privato, sono sintomi di un problema più generale: la rinuncia a pensare un comune destino universale nel segno della pace e della giustizia.
C'è un destino comune dell'uomo, davanti agli altri uomini e di fronte a Dio. Ogni credente, in questo nostro mondo, deve essere una scintilla di luce, un centro di amore, un fermento vivificatore nella massa: e tanto più lo sarà, quanto più nella intimità di se stesso vive in comunione con Dio.
Bisogna rilevare che in questi anni, attraverso esperienze diverse, è cresciuta e si è diffusa la coscienza comune della pace come dono, come bene trascendente, che non è riconducibile alla mera sommatoria degli sforzi umani, e che perciò va ricercata in quella "Realtà che è al di là di tutti noi".
Non c'è dubbio che proprio ai nostri giorni, in modi vecchi eppure nuovi, la guerra abbia trovato e trovi se non i suoi profeti, almeno i suoi fedeli. E non si può ignorare il tentativo che da più parti viene fatto di legittimare le scelte per la guerra.
La pace, quella autentica, che nasce non dalla precaria fine della guerra e da quella vittoria che significa sempre sconfitta per gli altri, è, come ha incessantemente ricordato Giovanni Paolo II, un bene indivisibile.
Questa pace, che è scritta nel cuore di ogni religione, non è solo la fine della guerra, ma è una realtà positiva più larga e profonda, il fine vero dell'umanità".
Carlo Maria card. Martini – Messaggio per la pace 1993

La parola del giorno di lunedì 9 ottobre 2023

VANGELO Lc 21, 5-9
✠ Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, il Signore Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Papa Francesco ha risposto a 5 "dubia" (dubbi) che gli avevano fatto pervenire nel luglio scorso i cardinali Walter Brandmüller e Raymond Leo Burke con l’appoggio di altri tre cardinali, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun. Le domande dei porporati, in italiano, e le risposte del papa, in spagnolo, sono state pubblicate sul sito del Dicastero per la Dottrina della Fede. Di seguito il testo con una nostra traduzione in italiano delle risposte del Papa:
https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-10/papa-francesco-risponde-ai-dubia-di-cinque-cardinali.html?fbclid=IwAR0qWGwsVSd8YgACYdpSWoK2_SNZhI8Xlgp0FJ6xMgBfY6mQUustWjrmsuA

Oggi è il sedicesimo anniversario dell'inizio dei miei post regolari sul sito-blog!
Tutti possono venire a conoscenza di ciò che penso e ciò che dico,
ma soprattutto possono accedere alle fonti che dissetano me.
Mc 230926

*Il Tempo del Creato* è la celebrazione cristiana annuale per ascoltare e rispondere insieme al grido del Creato: la famiglia ecumenica nel mondo si unisce per pregare e proteggere la nostra casa comune.
Il Tempo del Creato inizia il 1 settembre, Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato e si conclude il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, patrono dell’ecologia amato da molte confessioni cristiane.
Vogliamo raggiungere i leader locali e invitare le nostre comunità a partecipare attivamente sensibilizzando sul tema e su come rispondere al grido del creato dove il Signore ci chiama nei nostri diversi contesto, creando legami e relazioni con tutti, come Popolo di Dio che si prende cura della nostra casa comune.
Quest’anno ci uniamo attorno al tema *“Che la giustizia e la pace scorrano”* con il simbolo di Un Fiume Possente. Attraverso la preghiera, la mobilitazione e le azioni sostenibili, questo Tempo del Creato 2023 può rinnovare profeticamente la nostra unità ecumenica e prendersi cura della nostra casa comune.
Ecco il fascicolo che raccoglie i contenuti di questo Tempo del Creato:
https://drive.google.com/file/d/1EsYowUpqnKgudUuyZvsebYV8nNyT2iJD/view

#sapere
di Gianfranco Ravasi
"Se sai, sei. Se non sai, sarai di qualcun altro".
Nonostante appartenga a una generazione e a una fascia storica del nostro passato – è morto, infatti, nel 1967 – don Lorenzo Milani rimane una figura ancora attuale, capace di stimolare e di provocare una società che permane sonnolenta e indifferente, nonostante la frenesia impressa dalla tecnica e dalla scienza. L’asserto che abbiamo citato, anche attraverso la forza dell’assonanza («se sai, sei»), centra un problema sempre rilevante, quello della necessità dell’istruzione e del suo nesso col potere. Se è vero ciò che affermava Qohelet, il sapiente biblico realistico, secondo il quale «chi più sa, più soffre» perché penetra nell’oscurità dell’anima e della vita umana, è altrettanto vero che una conoscenza superiore genera una possibilità di dominio maggiore sulla massa incolta.
E di converso produce in quest’ultima una forma di sudditanza, di rispetto, di dipendenza acritica.
È, però, da sottolineare che spesso nella storia si registra il successo di veri e propri ignoranti che alla povertà del loro sapere suppliscono con l’arroganza della retorica, del luogo comune, dell’inganno. È, questo, un rischio alimentato dalla nuova cultura digitale: lungo i canali della comunicazione informatica si cristallizza un potere prevaricatore spesso fondato sulla falsità e sull’incompetenza. Il vero sapere, allora, potrebbe essere il vaccino necessario per ribellarsi a questa deriva e per esorcizzare quel rischio.
in “Il Sole 24 Ore” del 10 settembre 2023

Ecco allora la nostra proposta: *qualora fossimo nelle condizioni di dover “togliere” una messa, conservare la possibilità che i cristiani possano radunarsi attorno al Signore Gesù, ascoltare la sua Parola, pregare con la liturgia, costruire delle relazioni significative tra i parrocchiani*.
A chi sarebbe rivolta questa proposta? Certamente la liturgia delle ore è bella e significativa per tutti (qualcuno ricorderà il libretto “Le ore” usato da CL o la “Diurna Laus” introdotta dall’arcivescovo Carlo Maria Martini), anche per coloro che la domenica parteciperanno alla messa. Una attenzione particolare la rivolgiamo a *coloro che – a causa della mancanza della messa in un orario e in un luogo a loro cari – rischierebbero di non partecipare alla messa o di seguirla solo in casa o di non incontrare più i fratelli e le sorelle della comunità…*
La liturgia delle ore ha lo stesso valore della messa? E’ sempre difficile e fuorviante dare “quantità di valore” ad una realtà (soprattutto se si tratta di persone… e di Persone divine, come in questo caso) e dobbiamo purificare la domanda. La domenica il ritrovo specifico dei discepoli di Gesù è la celebrazione eucaristica e a quella dobbiamo tutti puntare, vivendola in modo attivo e intenso. Ma se questo non fosse possibile? Non è giusto né vero affermare che “O si fa la messa, o non facciamo nulla” (tenendo le chiese chiuse o vuote). Il discernimento ci obbliga a porci questa domanda: quale è il meglio, il massimo per me possibile per lasciarmi incontrare oggi dal Signore e dalla comunità? Può forse ritrarsi la comunità dal compito di offrire tutti gli “strumenti di Grazia” per nutrire tutti i suoi figli?!
E se fosse una scelta di comodo (per non spostarmi in un’altra parrocchia della Comunità Pastorale, o per non cambiare un orario comodo, o perché è più breve…)? Come tutte le scelte dettate da pigrizia o interesse, non sono certo da assecondare!
*Che dire a proposito del precetto festivo? Così si esprime il Catechismo della Chiesa cattolica* (che sapientemente parla di “obbligo della domenica” o non di obbligo della messa”, ad indicare che il valore da custodire è il Giorno del Signore, anche se celebrato in modalità differenti): “L'obbligo della domenica. 2180 Il precetto della Chiesa definisce e precisa la Legge del Signore: «La domenica e le altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all'obbligo di partecipare alla Messa»124. «Soddisfa il precetto di partecipare alla Messa chi vi assiste dovunque venga celebrata nel rito cattolico, o nello stesso giorno di festa, o nel vespro del giorno precedente »125. 2181 L'Eucaristia domenicale fonda e conferma tutto l'agire cristiano. Per questo i fedeli sono tenuti a partecipare all'Eucaristia nei giorni di precetto, a meno che siano giustificati da un serio motivo (per esempio, la malattia, la cura dei lattanti) o ne siano dispensati dal loro parroco126. Coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave. 2182 La partecipazione alla celebrazione comunitaria dell'Eucaristia domenicale è una testimonianza di appartenenza e di fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. In questo modo i fedeli attestano la loro comunione nella fede e nella carità. Essi testimoniano al tempo stesso la santità di Dio e la loro speranza nella salvezza. Si rafforzano vicendevolmente sotto l'assistenza dello Spirito Santo. 2183 «Se per mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, si raccomanda vivamente che i fedeli prendano parte alla liturgia della Parola, se ve n'è qualcuna nella chiesa parrocchiale o in un altro luogo sacro, celebrata secondo le disposizioni del Vescovo diocesano, oppure attendano per un congruo tempo alla preghiera personalmente o in famiglia, o, secondo l'opportunità, in gruppi di famiglie»127.
Ci sarà un prete a quella celebrazione? Finché ne avremo la possibilità, la liturgia delle ore sarà presieduta da un ministro ordinato, ma è previsto che sia guidata anche da un laico/laica o da una suora. Potrebbe essere l’occasione per la celebrazione personale del sacramento della riconciliazione.
Grazie all’arrivo di don Luca e all’aiuto festivo di don Martino, possiamo ancora presiedere le messe secondo l’orario consueto, ma il trend va decisamente (e da anni) in un’altra direzione: finché la Chiesa italiana continuerà a basare il raduno domenicale dei fedeli attorno alla celebrazione eucaristica presieduta da un vescovo o da un presbitero - a fronte del crollo del numero di questi ministri - il destino sarebbe la riduzione dei momenti di ritrovo-preghiera del popolo dei fedeli.
Invece - alla stragrande maggioranza delle comunità cattoliche sparse nel mondo – per mancanza di clero - non è data la possibilità di accedere alla messa settimanale e il vescovo o il presbitero arrivano una volta al mese o anche più raramente.
Certo, nella città di Varese e nel nostro decanato non mancano le messe festive… e potremmo anche dire che sono troppe. Ma il numero è anche legato alla configurazione della città (con le sue “castellanze”) e alla ampiezza delle chiese (tutte non molto grandi).
Magari un domani i cattolici varesini si ritroveranno per l’unica messa festiva tutti in basilica… ma è anche vero che il cristianesimo è nato da piccole comunità che si ritrovavano nelle case… e l’etimologia del termine “parrocchia” vuol proprio dire “chiesa tra le case”.
Rendiamo omaggio a quella affermazione che abbiamo sentito e ripetuto più volte: la comunità cristiana si costituisce attorno al suo Signore, che convoca attorno a sé affinché si ascolti la sua voce, con Lui si lodi Dio Padre, di Lui ci si nutra, per vivere di Lui pieni di Spirito Santo.
La liturgia eucaristica ha una sua innegabile particolarità: in essa si fa vicina a noi la Pasqua di Gesù, perché in forma sacramentale ci è dato di incontrare la sua vita offerta per noi, assumerla come nostro cibo, essere trasformati in essa. E’ il ritrovo settimanale dei discepoli di Gesù, nel giorno della sua risurrezione.
La storia ci consegna tante altre forme liturgiche (si veda il Catechismo della Chiesa cattolica dal numero 1667): per esempio i cosiddetti “sacramentali” (benedizioni, funerali, consacrazioni…) e “la liturgia delle ore” (che ritma il tempo della giornata: mattutino, lodi, ora media, vesperi, compieta).
La Chiesa, madre e maestra, conosce le difficoltà dei suoi figli rispetto alla messa : la frequenza settimanale alla messa è del solo 15% circa dei battezzati; sono cambiate le coordinate sociale e culturali; da qualche decennio è stata introdotta la messa pre-festiva (era per coloro che proprio non potevano partecipare la domenica e i giorni di festa… e col tempo è diventata comune, anzi spesso la più frequentata); i fedeli anziani e malati sono stati raggiunti nelle case e negli ospedali con i mezzi di comunicazione; in tanta parte del mondo i ministri ordinati non sono in numero sufficiente per raggiungere tutte le piccole comunità cristiane (fenomeno che vediamo ormai anche qui in Italia) e quindi i fedeli si radunano attorno ad un “responsabile” della preghiera e della catechesi.
 
 
 

* Le lodi mattutine alle ore 8.30 dei giorni festivi.

Alcuni criteri per orientarci

  • Da diverso tempo poniamo la questione: che valore ha oggi celebrare tutte queste messe in una città (…)?
  1. Non può essere data come unica ragione il calo del numero dei preti e il loro invecchiamento. (…)
  2. Da tempo proponiamo la valorizzazione delle ministerialità laicali. Come potremmo fare affinché il “buco” lasciato dallo spostamento di una messa possa essere colmato da un altro modo di ritrovarsi dei fedeli (lettura del Vangelo, rosario, preghiera dei salmi…)?
  3. Avrebbe un enorme valore simbolico convergere come fedeli in una sola messa festiva per ogni parrocchia (al limite, una al mattino e una al pomeriggio, se davvero fosse necessaria), facendo di quella celebrazione il focus della giornata della comunità (canti, preghiere, fraternità) e attorno a quella il “resto”: catechesi, convivialità, carità, visita ai malati, ecc.. Ma occorre tener presente che in alcune realtà la messa è proprio partecipata da una assemblea numerosa, che non potrebbe essere contenuta nello stesso edificio una volta sola al giorno.
  4. Il volto di presbitero che veicoliamo: un uomo che corre da un posto all’altro, celebra la messa e scappa via per celebrare altrove. Quale “pastore” farebbe così?! Chi vorrà mai vivere così la sua vita (dimensione vocazionale per i giovani)?! Connessa a questa scelta, anche quella della qualità della predicazione: si rischiano parole che potrebbero essere dette in ogni tempo e in ogni luogo, disincarnate da quella precisa porzione del popolo di Dio che noi ministri ordinati dovremmo servire e amare, anche “pascolare”.
  5. E’ giunto il momento di eliminare la celebrazione di messe (specie la domenica) aggiunte “in occasione di…”, “dentro la festa X…”, “Invitando il personaggio Y”, ecc. La messa non è devozione né folklore: è convocazione del santo popolo di Dio, per celebrare il memoriale della Pasqua del nostro Signore Gesù ed essere quindi costituito suo corpo. Non altro.
  6. “Ridurre il numero” (…) non è certo la soluzione: attualmente che le messe sono tante, partecipa circa il 15% dei battezzati… una debacle totale, che non vogliamo vedere. C’è molto da riformare nel modo di celebrare e di articolare la liturgia col resto della vita cristiana, e non lo si fa guardando al passato. Una- due messe in meno è già una indicazione di direzione (dalla quale - lo spero - non si deve tornare indietro); ma tra non molto tempo, bisognerà toglierne anche altre... e non sarà un dramma, anzi!
  7. Le prospettive annunciate da papa Francesco sono ben più ampie e chiedono un profondo cambiamento di prospettiva e di stile (spirituale e pastorale)… che abbiamo capito bene, ma di fronte al quale vengono poste non poche resistenze.

Abbiamo detto più volte che uno dei frutti più belli del tempo della pandemia è *il gruppo di volontari dell’accoglienza* che si è costituito nelle nostre parrocchie.
Quando sono stati tolti i vincoli sanitaria per la partecipazione alle celebrazioni, diverse parrocchie e la stessa diocesi sono ritornate sui loro passi e non hanno colto la ricchissima opportunità che questo servizio costituisce per una nuova visione della celebrazione.
Vogliamo elencare ancora una volta *i significati e i benefici della presenza di volontari per l’accoglienza* dei fedeli alle celebrazioni e per la loro cura:
1. sono il segno vivente e visibile che la celebrazione non è “cosa dei preti” e neppure dei soli chierichetti, bensì un evento comunitario a cui tutti partecipano, ciascuno con un suo ruolo;
2. manifestano il volto accogliente, servizievole e sorridente che dovrebbe avere la comunità tutta, specialmente verso chi si affaccia alla vita ecclesiale solo durante la messa festiva o le celebrazioni di funerali e matrimoni;
3. avvolgono di un alone di serenità-sicurezza il presidente della celebrazione e i presenti: un disguido, un imprevisto, una dimenticanza… sono affrontati in prima istanza dai volontari, con una presenza riconoscibile e relativamente “competente”;
4. si prendono cura del decoro dell’aula ecclesiale: foglietti, buste, ordine di panche e sedie… Sono tra i primi ad arrivare e tra gli ultimi ad andare via;
.. dulcis in fundo, salutano gli altri fedeli e si salutano quando si incrociano tra loro!
Per questi e per mille altri motivi, *siamo loro grati e vogliamo che non manchino nelle nostre assemblee*!
Anche tu, membro di questa comunità cristiana, puoi svolgere questo importante e semplice servizio.
Se vuoi altre info o vuoi *dare il tuo nome per proporti per un turno* (scegli tu ogni quanto potrai farlo), rivolgiti ai volontari, alle sacrestie o ai preti.
Grazie… con un sorriso o una stretta di mano!

Lezione di vita dopo il post di ieri:
- se sei ricco;
- se sei un appassionato d'arte;
- se ne provi piacere;
- se te l'hanno regalato;
- se sei bello;
e qualche altra decina di "se"...
stai tranquillo: puoi trovare qualcuno che ti dice che puoi fare e avere quello che vuoi.
Mc 230905

Forse sono solo io a domandarmi: ma è moralmente e culturalmente accettabile fabbricare, vendere e acquistare un orologio da 500.000,00 euro?!
Mc 230904

#leggerezza
di Gianfranco Ravasi
"Prendete la vita con leggerezza, perché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore" (Italo Calvino).
(...) Lo scrittore si preoccupa subito di esorcizzare un equivoco del linguaggio comune secondo il quale «leggera» è la persona superficiale che si nutre di banalità, di luoghi comuni, di frivolezze, di fatuità.
Forse sarebbe più adatto il vocabolo «lievità» che permette appunto di levarsi verso l’alto e da lassù «planare sulle cose», con uno sguardo panoramico e non parziale. È quell’eleganza interiore che non si esaurisce nell’esteriorità o nella facilità della pianura, ma cerca una pienezza: è questo il compito di tutte le genuine attività spirituali, espresse appunto dal pensiero, dalla bellezza estetica, dalla purezza di cuore e anche dal respiro di fede come quello che alita nelle pagine evangeliche.
C’è un altro dono della leggerezza/lievità: la liberazione dal macigno che opprime il cuore. Questo masso è la pesantezza della carnalità, è l’oppressione del dolore, è la prigione eretta dall’egoismo, è l’affanno del possesso. Sono simili a catene da sciogliere per conquistare l’autentica umanità.
in “Il Sole 24 Ore” del 2 luglio 2023

"Ritengo che una scelta sbagliata sia preferibile a non scegliere affatto. Per paura delle decisioni ci si può lasciare sfuggire la vita. Chi ha deciso qualcosa in modo troppo avventato o incauto sarà aiutato da Dio a correggersi. Non mi spaventano tanto le defezioni dalla Chiesa o il fatto che qualcuno abbandoni un incarico ecclesiastico. Mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti".
Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme”, Mondadori, pag. 64

(l'avevo già pubblicato su questo sito il 18.08.2021)

Celebrare la fede
di Goffredo Boselli
È ormai evidente a tutti che sta lentamente prendendo forma un cristianesimo senza liturgia. Vale a dire un modo di vivere la fede, anche da parte di credenti maturi, che ha consapevolmente rinunciato al momento liturgico perché sperimentato come inespressivo, afono e, alla fine, non necessario. Nella liturgia, come del resto in ogni altro ambito umano e spirituale, oggi tutto deve giustificarsi nel presente, nel qui e ora della persona, esibire la propria credibilità ed efficacia, mostrando che incide sul vissuto e cambia la vita, che serve e apporta del bene, diversamente risulta irrilevante e se ne può fare a meno.
Non è un caso che dall'ascolto e dal dibattito del cammino sinodale in corso emerga che la celebrazione della fede è una componente essenziale e irrinunciabile della vita della Chiesa, che richiede una seria riflessione e un ripensamento adeguato. La domanda insistente è: ma cosa fare? da dove cominciare?
Ciò che nell'immediato è urgente è riscoprire le ragioni spirituali e umane del fatto che la fede non può non essere celebrata anche nelle forme più semplici ed elementari. Diversamente non sarebbe autentica fede cristiana, ma altro. Fin dalle sue origini, la fede cristiana non è stata solo professata, testimoniata e vissuta, ma anche celebrata. Non vi può essere una fede confessata che non sia al tempo stesso fede celebrata dalla comunità cristiana attraverso parole, gesti, linguaggi, posture, tempi e spazi generati dall'incontro tra la parola di Dio e la fede della Chiesa.
La fede celebrata è fede pregata, è fede nutrita dal Corpo di Cristo che è Vangelo ed eucaristia, è fede professata insieme ai fratelli e alle sorelle, è fede custodita dalla comunità nella forma della comunione e della condivisione. Una fede solo professata, ma non celebrata si riduce a mera conoscenza per poi irrigidirsi in dottrina. Una fede che pretende di essere vissuta solo interiormente si trasforma in mero benessere personale e psichico. Una fede solo testimoniata ma non celebrata assume i toni della propaganda e lo stile del proselitismo. Una fede solo vissuta ma non celebrata è destinata, a lungo andare, a declinarsi in semplice morale, impegno sociale, promozione umana. Celebrare significa ricondurre la vita della fede alla sua unica e inesauribile sorgente che è l'ascolto comune della parola di Dio, la riconciliazione fraterna, il rendimento di grazie, l'intercessione e l'invocazione dello Spirito.
Occorre riconoscere che se oggi la liturgia è in stato di sofferenza e l'esodo dall'assemblea liturgica domenicale una realtà è anche perché, cessato l'entusiasmo del rinnovamento liturgico post-conciliare, negli ultimi decenni si è pensato di poter educare alla vita della fede senza introdurre il credente al significato e al valore della celebrazione della fede. La riscoperta delle ragioni e del senso del celebrare porterà a dare vita a nuove forme liturgiche e a creare nuovi linguaggi con i quali celebrare la fede, a plasmare una ritualità eloquente e significante per l'umanità di oggi.
in “Vita Pastorale” del giugno 2022

(...) "E' la mediazione ecclesiale che fa problema per un calo sofferto della credibilità (scandali sessuali, ma anche mancanza di sobrietà); il terzo motivo è un’arretratezza di fondo della Chiesa rispetto a nodi nevralgici della contemporaneità. (...) Tra i fattori che possono spiegare questo calo di partecipazione pongo la domanda “in Chiesa cosa andiamo a fare”? Possiamo allenare la gente al senso della liturgia, ma poi quando poi viene in chiesa la facciamo giocare con un pallone sgonfio… Noi preti per primi arriviamo in chiesa per l’evento per eccellenza della vita Cristiana, che dovrebbe rendere nuova la nostra vita ma lo facciamo con uno stile e un linguaggio dei secoli passati… È inevitabile che dopo un po’ ci si stanchi… Io stesso mi sento forzato a scimmiottare la lingua di un secolo che non è il mio. Credo, per ultimo, che nella Chiesa, nell’edificio vero e proprio, ci ritroviamo non poche volte a tante latitudini a celebrare senza l’ombra di vincoli comunitari significativi. Dentro delle bolle di solitudine e individualismo a volte ammantate di religiosità che non lasciano il gusto della vita nuova del Vangelo che è quella della carità fraterna, che fruttifica in relazioni di autentica fraternità. Questo ci fa dire, dopo un po’, che quella celebrazione non è così determinate. (...)
Lo specchio dell’incapacità delle comunità cristiane di apprezzare e accompagnare quella stagione delicatissima della vita che è la prima età adulta in cui affronti le prime difficoltà, le prime frustrazioni, ma anche eventi eccezionali come la genitorialità. Abbiamo perso il treno, riferito il Vangelo di Gesù all’età infantile e alla terza età le due età che ti impongono in fondo una precarietà vistosa delle capacità. Lì dove l’età è quella delle responsabilità del vivere, a partire dai primi impulsi più basici ed essenziali (l’attrazione fisica che fiorisce nell’amore, l’incanto sempre più impegnativo del diventare madre e padre) lì il riferimento al Vangelo di Gesù non ti viene offerto come qualcosa di appetibile. Ecco allora perché ci si sposa sempre meno e sempre meno secondo il Vangelo inteso come spartito su cui si scandiscono i passi dell’amore. (...)
Nonostante le fatiche e una vistosa infruttuosità dei percorsi formativi (il catechismo) si va avanti così timorosi di osare vie nuove. Questo ci fa registrare non solo l’abbandono, ma proprio la fuga dalla partita del Vangelo già nei preadolescenti. Questo dovrebbe indurci a un supplemento di riflessione sulla parola della Chiesa che risulta incompatibile alle parole nuove che i giovani scoprono una volta usciti dalle elementari. (...)
Per quel che riguarda la Messa, infine, si tratta, senza rivoluzioni, di osare con libertà un’immaginazione e una celebrazione della liturgia che sia più densa ed essenziale. Osare con libertà evangelica, con maggior coraggio nel celebrare una Messa che faccia trapelare la gioia e non la mestizia nei gesti e nei canti. Una celebrazione dove sia chiaro il tono della gratitudine per la Grazia che viene accolta e non una supplica lagnante. E una liturgia che veda una reale partecipazione dell’assemblea e non una celebrazione che veda “il possesso palla” al 90% del prete e al 10 dell’assemblea che, invece, deve essere soggetto della celebrazione come dice il Concilio Vaticano II".
https://www.famigliacristiana.it/articolo/torniamo-a-far-scoprire-il-tocco-gentile-di-gesu-nella-vita-di-tutti-i-giorni.aspx?fbclid=IwAR2vAQuumNibQwPGzH5IzGRAerhi-rqBCXaSFwaz7tKqt7C8wVklfH0UE7U

Processo. Un "muoversi" pieno di attese
di Nunzio Galantino
Derivata dal verbo latino procedere, la parola processo rimanda ai concetti di avanzamento, progresso graduale, svolgimento, sviluppo. Una parola quindi che esclude ogni riferimento alla staticità. Evoca invece movimento e partecipazione. In tutti gli ambiti. Dando luogo così a processi di natura giudiziaria o amministrativa, ma anche a processi che portano a maturazione non solo la dimensione fisica della persona, ma anche un’idea, un progetto o delle relazioni.
Chi avvia processi e chi se ne lascia coinvolgere è una persona capace di «vedere» nel futuro, grazie a una potente vena creativa (Oxford Languages). Capace di mettersi al servizio della ricerca, della scoperta e della conquista. Capace di ridisegnare non solo sé stesso, ma anche le realtà nelle quali è inserito. Per questo motivo, quanti avviano processi vengono percepiti talvolta come persone trasgressive e provocatorie, soprattutto da chi confonde il dinamismo che caratterizza ogni processo con l’anarchia, il caos o l’approssimazione.
Processi possono essere avviati, dicevamo, in tutti gli ambiti. Non è escluso l’ambito filosofico, né quello religioso, politico o di vita personale. (...) Purché disposti a condividere la convinzione che, come ogni realtà, anche la nostra vita è frutto di processi che ne fanno un continuum inarrestabile.
Sta a ciascuno di noi scegliere che parte giocare nei processi. Li rende sensati solo la disponibilità a coltivare valori e attese che ci impegnano, e solo se accettiamo di fare della nostra esistenza un luogo di relazioni. Spazio nel quale provano a convivere il peccato di aver assaggiato il biblico albero della scienza e della presunzione con il peccato di non aver assaggiato abbastanza l’albero rigoglioso della vita. Quella che non si lascia chiudere in schemi asfittici e in regole che rendono osservanti ma infelici, e che bloccano, fino a soffocarlo, ogni processo. Schemi e regole che talvolta fanno perdere il gusto di sentirsi coinvolti in un continuo e mai compiuto avvicinamento alla verità e, con essa, a una vita riuscita. Passando semmai attraverso verità e conquiste relative e parziali.
Inteso così, il processo è scelta di accogliere e sviluppare la ricchezza di tutto ciò che attraversa in maniera provvidenziale la nostra storia.
in “Il Sole 24 Ore” del 13 agosto 2023

(...) *In 18 anni (dal 2001 al 2019), i praticanti regolari sono diminuiti di poco meno di un terzo; mentre nel solo triennio (2019-2022) il loro numero è sceso del 25%*.
Per entrambi i periodi (2001-2019 e 2019-2022), la riduzione della pratica religiosa ha coinvolto tutte le classi di età, anche se si è manifestata in modo più marcato soprattutto nella componente verde della popolazione, in particolare tra i giovani dai 18 ai 24 anni e tra gli adolescenti (14-17 anni).
Sono questi i gruppi di età che più si sono allontanati negli ultimi 20 anni dalla pratica religiosa regolare, con un calo di oltre i 2/3 per quanto riguarda i giovani e gli adolescenti, a fronte di una riduzione del 50% dei praticanti assidui tra le persone adulte e mature e del 30-40% tra la popolazione anziana.
Detto altrimenti, i praticanti assidui tra gli adolescenti sono passati dal 37% del 2001 al 20% del 2019 e al 12% del 2022; mentre, tra i 18-19 anni, la pratica regolare che coinvolgeva nel 2001 il 23% dei soggetti, è scesa al 11% dei casi nel 2019 e all’8% nel 2022.
Si può dunque affermare, a questo punto, che la disaffezione dei giovani e degli adolescenti dalla pratica religiosa è un fenomeno che viene da lontano, rientra in un trend di medio-lungo periodo, che tuttavia si mantiene o subisce un’accelerazione proprio negli anni post-Covid. (...)
Anzitutto emerge che «l’appuntamento settimanale in un luogo di culto, per i cattolici la messa domenicale, attrae sempre di meno gli italiani»,(3) nonostante che il dato sull’affiliazione religiosa si mantenga ancora su livelli elevati.
Per la componente cattolica, si delinea qui un doppio messaggio alla Chiesa: a essere messo in discussione non è soltanto il precetto o l’invito a santificare le feste, quanto *l’idea stessa che la partecipazione al culto comunitario sia per i fedeli (per i seguaci di una religione) un momento fecondo di crescita e di espressione della fede, un criterio vitale di appartenenza a una comunità religiosa*.(...)
E' indubbio che ciò che è accaduto in questi ultimi anni rappresenti una prova vitale sia per le Chiese sia per i credenti di ogni confessione religiosa. (...)

http://www.settimananews.it/societa/italia-forte-ribasso-pratica-religiosa/

CAPORETTO PER LA PASTORALE PARROCCHIALE?
di Marco Ronconi
Durante la Prima guerra mondiale, una delle manovre decisive che portò alla disfatta italiana di Caporetto fu l’azione di un tenente tedesco che, semplicemente, fece qualcosa di nuovo. Da diversi anni si combatteva secondo una procedura precisa, condivisa da tutti i contendenti, che produceva tonnellate di cadaveri prontamente sostituite con altrettanta carne da cannone. Quel modo di combattere espose alla decimazione una generazione intera solo per spostare il confine di poche centinaia di metri. Eppure per anni nessuno osò fare diversamente, preferendo incolpare del disastro la fragilità delle truppe sottoposte, la rigida cecità dei superiori, l’avversa sorte o quant’altro potesse ergersi a capro espiatorio. Poi arrivò quel giovane tenente tedesco.
La sua idea, con il senno di poi, non era così assurda: cambiare l’ordine delle azioni. Da quando la guerra era iniziata, infatti, ogni battaglia si svolgeva nello stesso modo: si bombardava per un sacco di ore (anche per giorni), mentre i fanti se ne stavano rintanati, poi si aspettava che i fumi si diradassero e quindi si avanzava di corsa all’arma bianca, sperando che l’artiglieria avesse demolito ostacoli e mitragliatrici; speranza vana, proprio perché gli altri, sapendo come sarebbero andate le cose, si erano organizzati. Il giovane tenente propose invece di far avanzare i suoi mentre l’artiglieria bombardava, così da essere alla fine già in territorio nemico e prendere di sorpresa gli avversari rinchiusi nei rifugi. Certo, era rischioso oltremodo e occorreva grande fiducia nei cartografi, nei propri cannoni e nei propri soldati, ma l’alternativa era la morte per stagnazione.
Così oltrepassò le linee nemiche in un modo che molti ufficiali si rifiutarono semplicemente di credere possibile, anche perché nelle accademie militari si insegnava che «non si doveva» e se volevi diventare ufficiale dovevi ripeterlo e crederci senza dubbio. Quell’altro invece lo fece e quando i cannoni tacquero catturò un numero di soldati nemici maggiore di quelli che comandava, cambiando per sempre il modo di combattere.
A volte, quando guardo agli ultimi decenni di carenza di preti nelle nostre diocesi, penso a Caporetto. Sono decenni che il numero delle parrocchie è oramai decisamente superiore al numero dei preti a disposizione, anche qualora vengano fatti arrivare da altrove (del resto anche a Caporetto furono arruolati alpini tra gente di buona volontà che non aveva mai visto la neve).
Le cose evidentemente non funzionano più, i preti vanno sempre più spesso in burn out eppure ci sono diocesi che si limitano a ripetere inalterata la tattica pastorale, dalla catechesi sacramentale alle gestioni patrimoniali. Non si può fare diversamente perché la gente, il vescovo predecessore, Roma… e quindi si accorpano territori sempre più vasti, si moltiplicano affanni e frustrazioni, senza un minimo di sensazione che serva a qualcosa sul lungo periodo. Si manda allo sbaraglio una generazione di preti e pazienza. Chissà che non arrivi un tenente e non ci sbatta in faccia con durezza che si può fare in un altro modo. A Caporetto, però, c’era un esercito nemico, di fronte. I nostri recinti, invece, temo siano più simili alla fortezza Bastiani di Buzzati, ma due riferimenti pessimisti nella stessa pagina sono troppi, per cui mi fermerei qui.
👇
Questa è Teologia Dabar, la rubrica che il teologo e professore di religione Marco Ronconi tiene tutti i mesi sulla pagine di Jesus.

“Dotti” che nascondono e “piccoli” che rivelano

di Umberto Rosario Del Giudice, 9 luglio 2023

Assimilare i “dotti” a chi si dedica al lavoro intellettuale e i “semplici” a coloro che non hanno “istruzione” è davvero un artificio per confermarsi chiusi nelle proprie “idee” e quindi per svelarsi “dotti”.

(…) Mt 11, 25: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. (…) “Dotti” e “piccoli” sono messi in relazione al “Figlio” che nella dinamica appare come il vero “piccolo”.

(…) Basterà evidenziare l’opposizione che c’è tra i “dotti” e i “piccoli” ovvero i “semplici” (come qualcuno traduce): i primi “dicono”, “osservano e dettano leggi”, “si conformano alle idee”, seguono “desideri”, acconsentono “ai voleri di qualcuno”…, i secondi sono coloro che “fanno”, che “ascoltano”, che “sono mansueti”, in qualche modo “infantili”, che sono “giovani” perché posti sotto la tutela di qualcuno. (…)

Allora qual è l’opposizione fondamentale tra i dotti e i semplici? È l’origine della propria identità: il “Padre”. Egli è quella fonte di identità altra rispetto ai soggetti; una fonte che chiede relazione e che va scoperta nella vita, nei vissuti.

Tra i “semplici” va annoverato Gesù stesso: lui è il “piccolo”, il “semplice” del Padre, che costruisce la propria identità seguendo ciò che “ascolta” dal Padre: per questo diventerà colui che ha “ogni potere” (…) contrariamente ai “dotti” che hanno il “potere” delle “idee” e non dei “fatti”. I “piccoli” sono quelli che “ascoltano” non quelli che “dettano”. (…)

Alla luce di quanto detto assimilare semplicisticamente i “dotti” a chi si dedica al lavoro intellettuale e i “semplici” a coloro che non hanno “istruzione” è davvero un artificio per confermarsi chiusi nelle proprie “idee” e quindi per rivelarsi tragicamente “dotti”. Quest’ultimi continueranno con le loro “idee autodeterminate” e non riusciranno a “conoscere” e a “rivelare” il volto del Padre perché non potranno viverne la vicinanza, la “fonte”, la “paternità” di tutto nel loro vissuto. Non si mettono mai in discussione; vivono di certezze; “vedono idee” ma non “ascoltano parole”.

Gesù a più riprese fa uso di “sapienza”, cita le Scritture, dà prova di “fine intelligenza” (come nel caso delle varie dispute), mantenendo sempre piena empatia e linearità trasparente con gli interlocutori che si avvicinano a lui nella propria verità. Dire che Gesù amava i “piccoli” perché disprezzava la “sapienza” è tradire il messaggio evangelico.

(…) Accade però che chi ha forti insicurezze debba proteggersi dietro strutture forti: così l’ignoranza non diventa l’ambito di chi sa poco ma di chi pretende di “sapere tutto per puro fideismo” ingabbiando anche le immagini del “Padre”. Proprio per questo accade nella fede che alcuni “intellettuali” sono “semplici” e molti “fideisti” fanno i “piccoli” ma si rivelano dei veri e propri inabili all’ascolto: e diventano i “dotti”, i “sapienti”.

La differenza non sta nelle competenze intellettuali o nelle capacità cognitive, ma nella “capacità di ascolto”: solo l’ascolto radicale rende “semplici”. E nel rimandare al Padre la propria identità, l’identità delle cose, il sapere, ci si ritrova (…)

https://theoremi.blogspot.com/2023/07/dotti-che-nascondono-e-piccoli-che.html?fbclid=IwAR3rsGB4OiiFj4Hy-MHRD7RQ4Omf2fJ2won0nxWMOiTqIw4UrPDIg990Rgw

"Se non approvi ciò che dice l'altro non sollevare polemiche o voler a tutti i costi avere ragione, rimani nel silenzio.
Questo del silenzio non è un atto di sottomissione come la mente ti porta a credere, bensì un Atto di Regalità. Perchè vuoi costringere l'altro a pensarla come te? Forse perchè tu stesso non credi davvero a ciò che dici e vuoi conferme "dall'esterno"? O forse perchè non tolleri di essere contraddetto?
Vedi, si ignorano sempre alcune cose importanti quando non si è d'accordo con ciò che un'altro dice: la prima è il fatto che non sappiamo come l'altro "veda" la realtà e ancor meno sappiamo a che livello evolutivo egli si trova; la seconda è che ignoriamo spesso se ciò per cui oggi ci battiamo domani sarà mutato e la nostra opinione con lui.
Ognuno vede la propria realtà ed essa è per lui "reale" come la nostra lo è per noi.
Ecco il perchè del silenzio: non tanto perchè se stiamo zitti ammettiamo di avere torto, bensì perchè è sciocco voler che gli altri ci diano "ragione".
Lettera di Gurdijeff alla figlia

Interpretazione. Mettersi in gioco per capire

di Nunzio Galantino

(…) Cosa essa sia, quali limiti vanno imposti perché l’interpretazione non stravolga il senso delle cose/parole/realtà; in quali ambiti è permesso l’esercizio della interpretazione. Sono gli interrogativi che si trova ad affrontare chiunque voglia misurarsi con questa parola.

Le risposte che si sceglie di dare non sono indifferenti. Influiscono sulla vita, individuale o collettiva. Soprattutto quando si tratta di interpretare, definire e quindi scegliere obiettivi di vita e qualità di coinvolgimento richiesto per realizzarli.

Una interpretazione – esercitata in maniera più o meno consapevole – è sempre implicata nelle relazioni importanti. Non si può pensare che nelle nostre decisioni basti, per quanto rilevante sia, la sola dimensione emotiva. Questa non può bastare a farmi decidere quale spazio può occupare nella mia vita una persona e la sua storia, un interesse culturale o la stessa esperienza religiosa. Sempre dinanzi a noi – quando esercitiamo il normale discernimento – si affacciano delle possibilità, con i loro precisi contorni e con le loro prevedibili conseguenze. Sono contorni e conseguenze che chiedono di essere interpretati. E «l’interpretazione non è, non può, non deve essere unica: per definizione essa è molteplice» (L. Pareyson, Verità e interpretazione, 61).

Ah, se si fosse capito questo da parte dei cosiddetti guardiani della fede! Quanta inutile sofferenza e quante inutili emarginazioni si sarebbero potute evitare!

«La verità – scrive ancora Pareyson – pur essendo unica, non si presenta mai con una determinatezza sua propria, in una formulazione che sia riconoscibile come unica e definitiva […]. E fra l’unicità della verità e la molteplicità delle sue formulazioni non c’è contraddizione» (ibidem).

Nell’interpretazione è l’intera persona a mettersi in gioco. Ingaggiando una sfida che la porta a dare vita nuova a qualcuno, a qualcosa o anche a una parola. Proprio come fa un direttore di orchestra.

Gli ascolti di uno stesso spartito musicale, all’orecchio di un uditore mediamente esperto, non si assomigliano mai. Pur nella fedeltà allo spartito originario della Nona di Beethoven, il dinamismo e la forza interpretativa di Toscanini ha poco o nulla in comune con l’enfatica interpretazione del grande H. von Karajan. Entrambe però straordinariamente godibili e capaci di dare ricchezza e vita nuova all’unica pagina del compositore tedesco.

in “Il Sole 24 Ore” del 6 agosto 2023


#paese

di Gianfranco Ravasi

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Forse queste parole sono il succo dell’intero romanzo, La luna e i falò che Cesare Pavese pubblicò alle soglie della sua morte nel 1950. Il Narratore, emigrato e di età ormai matura, rientra dall’America nel suo paese e scopre che tutto è mutato, anzi, l’esistenza dei suoi compaesani è divenuta più amara. Intatto è rimasto solo il paesaggio ed è questo orizzonte a parlare ancora. A interpretarlo è sia l’antico compagno Nuto, sia Cinto, un ragazzo zoppo e povero col quale il protagonista vaga per i viottoli della campagna. Anche molti di noi hanno lasciato i villaggi di origine per raggiungere anonime metropoli, costretti da esigenze di lavoro o di nuove relazioni.

Credo che accada a tutti, rientrando nel luogo di nascita, di vivere la stessa esperienza. Da un lato, ritrovare certi odori, volti invecchiati, alberi sopravvissuti, edifici non ripristinati né trasformati. Affiora, così, la nostalgia dell’infanzia, dei sentimenti teneri, delle piccole cose del passato, care anche se di cattivo gusto.

D’altro lato, però, si scopre che l’atmosfera è ormai ben diversa, il flusso della storia ha sommerso anche quella società un tempo contadina, gli eventi e persino l’inquinamento sono simili a quelli delle grandi città. È la finale tragica del romanzo di Pavese.

Divampa un incendio, ma non è più quello festoso dei falò: è, invece, il fuoco che il padre di Cinto, ridotto in miseria dalla sua padrona esosa, appicca al podere, prima di sterminare la sua famiglia e uccidersi. Non rimane al Narratore che ripartire verso un orizzonte lontano.

in “Il Sole 24 Ore” del 6 agosto 2023

(...) *La mondanità spirituale*, infatti, è pericolosa perché è un modo di vivere che *riduce la spiritualità ad apparenza*: ci porta a essere “mestieranti dello spirito”, uomini rivestiti di forme sacrali che in realtà continuano a pensare e agire secondo le mode del mondo. Ciò accade quando ci lasciamo affascinare dalle seduzioni dell’effimero, dalla mediocrità e dall’abitudinarietà, dalle tentazioni del potere e dell’influenza sociale. E, ancora, da *vanagloria e narcisismo, da intransigenze dottrinali ed estetismi liturgici*, forme e modi in cui la mondanità «si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa», ma in realtà «consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale» (Evangelii gaudium, 93). Come non riconoscere in tutto ciò la versione aggiornata di quel *formalismo ipocrita*, che Gesù vedeva in certe autorità religiose del tempo e che nel corso della sua vita pubblica lo fece soffrire forse più di ogni altra cosa?
La mondanità spirituale è una tentazione “gentile” e per questo ancora più insidiosa. *Si insinua infatti sapendosi nascondere bene dietro buone apparenze, addirittura dentro motivazioni “religiose”*. E, anche se la riconosciamo e la allontaniamo da noi, prima o poi si ripresenta travestita in qualche altro modo. (...)
Mi preoccupa quando ricadiamo nelle forme del clericalismo; quando, magari senza accorgercene, *diamo a vedere alla gente di essere superiori, privilegiati, collocati “in alto” e quindi separati dal resto del Popolo santo di Dio*. Come mi ha scritto una volta un bravo sacerdote, “il clericalismo è sintomo di una vita sacerdotale e laicale tentata di vivere nel ruolo e non nel vincolo reale con Dio e i fratelli”. Denota insomma una malattia che ci fa perdere la memoria del Battesimo ricevuto, lasciando sullo sfondo la nostra appartenenza al medesimo Popolo santo e portandoci a vivere l’autorità nelle *varie forme del potere*, senza più accorgerci delle doppiezze, senza umiltà ma con atteggiamenti distaccati e altezzosi. (...) *La preoccupazione, allora, si concentra sull’“io”: il proprio sostentamento, i propri bisogni, la lode ricevuta per sé stessi* invece che per la gloria di Dio. (...)
*Il clericalismo, lo sappiamo, può riguardare tutti, anche i laici e gli operatori pastorali*: si può assumere infatti “uno spirito clericale” nel portare avanti i ministeri e i carismi, vivendo la propria chiamata in modo elitario, chiudendosi nel proprio gruppo ed erigendo muri verso l’esterno, sviluppando legami possessivi nei confronti dei ruoli nella comunità, coltivando atteggiamenti boriosi e arroganti verso gli altri. E i sintomi sono proprio la perdita dello spirito della lode e della gratuità gioiosa, mentre il diavolo s’insinua alimentando la lamentela, la negatività e l’insoddisfazione cronica per ciò che non va, l’ironia che diventa cinismo. (...)
https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-08/quo-181/abbandonare-mondanita-e-clericalismo-per-farsi-servi-del-popolo.html?fbclid=IwAR04uG6JUhha9sutQvlakKDm29xaPnVQoxWGMuZFUMHkP8vqLdx-eByFbIo

(...) Papa Francesco invita a guardare dunque a loro, agli «Apostoli. Gesù li scelse e sulla sua chiamata lasciarono le barche, le reti, la casa e così via... L’unzione della Parola cambiò la loro vita. Con entusiasmo seguirono il Maestro e cominciarono a predicare, convinti di compiere in seguito cose ancora più grandi; finché arrivò la Pasqua». Lì tutto «sembrò fermarsi: giunsero a rinnegare e abbandonare il Maestro. Non dobbiamo avere paura. Siamo coraggiosi nel leggere la nostra propria vita e le nostre cadute. Giunsero a rinnegare e abbandonare il Maestro, Pietro, il primo. Fecero i conti con la loro inadeguatezza e compresero di non averlo capito: il “non conosco quest’uomo”, che Pietro scandì nel cortile del sommo sacerdote dopo l’ultima Cena, non è solo una difesa impulsiva, ma un’ammissione di ignoranza spirituale: lui e gli altri forse si aspettavano una vita di successi dietro a un Messia trascinatore di folle e operatore di prodigi, ma non riconoscevano lo scandalo della croce, che sbriciolò le loro certezze». Il Figlio di Dio «sapeva che da soli non ce l’avrebbero fatta e per questo promise loro il Paraclito. E fu proprio quella “seconda unzione”, a Pentecoste, a trasformare i discepoli portandoli a pascere il gregge di Dio e non più sé stessi. E questa è la contraddizione da risolvere: sono pastore del popolo di Dio o di me stesso? E c’è lo Spirito ad insegnarmi la strada. Fu quell’unzione di fuoco a estinguere la loro religiosità centrata su sé stessi e sulle proprie capacità: accolto lo Spirito, evaporano le paure e i tentennamenti di Pietro; Giacomo e Giovanni, bruciati dal desiderio di dare la vita, smettono di inseguire posti d’onore, il carrierismo nostro, fratelli; gli altri non stanno più chiusi e timorosi nel Cenacolo, ma escono e diventano apostoli nel mondo. È lo spirito a cambiare il nostro cuore, a metterlo in quel piano diverso, differente». (...)
È un momento di «crisi, che ha varie forme. A tutti, prima o poi, succede di sperimentare delusioni, fatiche e debolezze, con l’ideale che sembra usurarsi fra le esigenze del reale, mentre subentra una certa abitudinarietà e alcune prove, prima difficili da immaginare, fanno apparire la fedeltà più scomoda rispetto a un tempo». Questa tappa - «di questa tentazione, di questa prova che tutti noi abbiamo avuto, abbiamo e avremo» – rappresenta un «crinale decisivo per chi ha ricevuto l’unzione. Si può uscirne male, planando verso una certa mediocrità, trascinandosi stanchi in una “normalità” dove si insinuano tre tentazioni pericolose: quella del compromesso, per cui ci si accontenta di ciò che si può fare; quella dei surrogati, per cui si tenta di “ricaricarsi” con altro rispetto alla nostra unzione; quella dello scoraggiamento – che è la più comune - per cui, scontenti, si va avanti per inerzia». Ed ecco il «grande rischio: mentre restano intatte le apparenze – “Io sono sacerdote, io sono prete” - ci si ripiega su di sé e si tira a campare svogliati; la fragranza dell’unzione non profuma più la vita e il cuore; e il cuore non si dilata ma si restringe, avvolto nel disincanto. È un distillato, sai? Quando il sacerdozio lentamente va scivolando sul clericalismo e il sacerdote si dimentica di essere pastore del popolo, per diventare un chierico di Stato». (...)
È vero, ogni doppiezza – la doppiezza clericale, per favore – che si insinua è pericolosa: non va tollerata, ma portata alla luce dello Spirito. Perché se “niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce”, lo Spirito Santo, Lui solo, ci guarisce dalle infedeltà. È per noi una lotta irrinunciabile: è infatti indispensabile, come scrisse San Gregorio Magno, che «chi annuncia la parola di Dio, prima si dedichi al proprio modo di vivere, perché poi, attingendo dalla propria vita, impari cosa e come dirlo. [...] Nessuno presuma di dire fuori ciò che prima non ha ascoltato dentro”. Ed è lo Spirito il maestro interiore da ascoltare. (...)
Si pecca contro «lo Spirito che è comunione quando si diventa, anche per leggerezza, strumenti di divisione, per esempio – e torniamo sullo stesso tema - col chiacchiericcio. Quando diventiamo strumenti di divisione pecchiamo contro lo Spirito. E si fa il gioco del nemico, che non viene allo scoperto e ama le dicerie e le insinuazioni, fomenta partiti e cordate, alimenta la nostalgia del passato, la sfiducia, il pessimismo, la paura. Stiamo attenti, per favore, a non sporcare l’unzione dello Spirito e la veste della Madre Chiesa con la disunione, con le polarizzazioni, con ogni mancanza di carità e di comunione. (...)

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2023/04/06/news/il_papa_ai_preti_non_sporcate_la_chiesa_con_le_cordate-12740475/?ref=fbppv

Dieci paragrafi dello strumento di lavoro per il prossimo Sinodo sono dedicati alla *struttura della incipiente Chiesa sinodale*:
https://www.vinonuovo.it/comunita/esperienze-di-chiesa/per-una-chiesa-sinodale-i-segni-caratteristici/?fbclid=IwAR1JOB6avd1xe-pDHZVZBW1cEZ0TpmAOQ068-i6WaFaGHBJXOJlbxVWMPB4

"Gli esperti ci fanno sapere che si sta diffondendo sempre di più una nuova tendenza, chiamata Conscious Quitting, che potremmo tradurre letteralmente con abbandono consapevole o concettualmente con Dimissioni di coscienza. Ma di che si tratta? In sostanza, *ci si licenzia perché non si condividono i valori dell'azienda per la quale si lavora*.
Un fenomeno che pare riguardi soprattutto i più giovani, sempre più impegnati per le cause ambientali e sociali, ma anche per i diritti umani e l'inclusione, tanto da essere disposti a voltare le spalle alle aziende che non sono in linea con ciò in cui credono".
https://valori.it/conscious-quitting-lavoro-valori/

*A proposito delle destinazioni dei preti*
Pensavo fosse più chiaro perché è un dovere parlare in modo chiaro e saggio anche delle destinazioni dei preti… e invece ho dei feedback che mi dicono che non sono chiare le ragioni del mio modo di parlare e di ciò che affermo.
*1. I ministri ordinati sono al servizio dei fedeli, quindi il primo obiettivo da perseguire è che siano serviti bene i fedeli*. A volte sembra che sia prioritario che il prete sia assecondato nelle sue esigenze, nelle sue caratteristiche, nei suoi bisogni, nei suoi X e Y… Anzitutto, quindi, bisognerebbe ascoltare ciò che la comunità esprime come suo bisogno spirituale, nello step a cui è pervenuta, nel discernimento del successivo passo da fare.
*2. La corresponsabilità laicale*. Il popolo di Dio è formato da figli e figlie di Dio, che grazie al battesimo sono stati resi ancora più conformi a Gesù Cristo e riempiti di Spirito Santo. Non si capisce perché la maggior parte delle decisioni (specie quelle più importanti) siano prese a prescindere dall’ascolto dei fedeli. In particolare, le comunità cristiane hanno degli organismi qualificati (il Consiglio Pastorale e il Consiglio per gli Affari Economici), ai quali abitualmente viene tolta la possibilità di esprimersi, di indicare, di avere parte (partecipare).
*3. La conoscenza è potere*. Il potere è una bestia subdola (e per questo i Vangeli riportano tante espressioni di Gesù contro il potere) e attrae tantissimo gli uomini, anche i chierici (si noti la insistenza di papa Francesco su questa piaga della Chiesa). Tenere all’oscuro delle ragioni di cambi, spostamenti, direzioni di rotta, mancanze… non è rispettoso delle persone che sono comunque toccate da una decisione (non dimentichiamo che i ministri della Chiesa sono personaggi pubblici, con i conseguenti doveri, e dovrebbero saperlo bene coloro che assumono questo incarico) e non è rispettoso del processo di discernimento comunitario che dovrebbe caratterizzare la Chiesa. Se non si offrono ai figli di Dio le condizioni per conoscere e li si mantiene nella ignoranza, si incorre in una grave negligenza contro lo Spirito Santo che parla in loro (sensus fidelium). Inoltre, se si vuole non-vedere le cause di taluni malesseri o problemi, non li si affronterà davvero nel profondo e non si troveranno vie di soluzione.
*4. Fraternità e sinodalità*. La via ripresa e rilanciata da papa Francesco è quella della sinodalità: si cammina insieme, perché siamo tutti figli e figlie dell’unico Padre e condividiamo la medesima umanità tra tutte le creature umane di questo pianeta. I ministri ordinati (vescovi, presbiteri e diaconi) sono anzitutto fratelli in umanità e nel battesimo e – come tutti e con tutti – camminano nella fede, nella speranza, nella carità. Se – grazie alla ordinazione – sono investiti di ruoli e compiti particolari, non significa che siano superiori in dignità o in sapienza. Hanno reali ruoli di presidenza del comune discepolato dietro a Gesù e dei rapporti amorevoli nella comunità, se loro stessi sono discepoli e fratelli.
*5. Condivisione, territorialità, disciplina*. Per essere ministri ordinati nella comunità è indispensabile conoscerla e innestarsi in essa, coscienti di essere inseriti in un cammino molto ampio e lungo. Le persone sono tali e non dei numeri. Al servizio di questa comunione (che resta il fine) esistono anche le disposizioni disciplinari (che sono dei mezzi) in merito al luogo di destinazione, alle funzioni, alla durata dell’incarico. L’intreccio di tutti questi elementi è la condizione per un buon esito del discernimento, processo che appare citato sempre troppo poco. Non è esclusivo e non è prioritario avere come unico criterio la domanda attorno al numero o agli orari delle messe (chi celebra la messa? quante messe e dove?) o alla presenza fisica di un prete (chi abiterà in quella canonica? come faremo per quella attività o quell’altra?).
*6. Opinione personale o consiglio ponderato?* Anche in occasione dei cambi di destinazione dei preti (come in occasione della pandemia, delle alluvioni, dei mondiali di calcio…) esistono i tuttologi o quelli che – in nome della libertà di pensiero o delle stellette guadagnate sui campi ecclesiali – esprimono valutazioni insipienti o proposte senza fondamento… Ben diverso è il consiglio ponderato, guadagnato con letture, approfondimenti, ore dedicate alla comunità, preghiera. In particolare, se si vuole essere cristiani cattolici in questo momento storico non si può far finta di non sapere la linea che la Chiesa universale ha preso con il Concilio ecumenico Vaticano II, ripreso dal magistero di papa Francesco.

*Ecco, io penso, mi muovo, amo con questi criteri, relativamente alle destinazioni dei ministri ordinati. E opero così perché così mi è stato insegnato* dal Vangelo, dal magistero attuale, dal seminario, dall’arcivescovo che mi ha ordinato presbitero, dai corsi teologici a Roma… e dalla vita spirituale di tanti fedeli. Questi stessi processi decisionali sono quelli che io insegno, in quei corsi a cui le autorità accademiche mi invitano.
Non sempre io stesso sono stato coerente con tutti questi orientamenti, ma non posso e non voglio allontanarmi troppo da essi. E’ una *obbedienza di sostanza* (e non di forma) a cui non posso venir meno, per servire bene questa comunità.
In base a questi criteri, con la dovuta calma, l’esperienza di questi trent’anni di vita presbiterale e il ruolo di responsabile della CP, chiedendo allo Spirito Santo di illuminarmi e dirigermi, esprimo la mia sintetica valutazione sulle destinazioni dei ministri ordinati, per la nostra Comunità pastorale, negli ultimi due anni: *non essendo rispettati questi criteri che la Madre Chiesa mi ha trasmesso, non mi trovano d’accordo nel metodo e nel merito*.

Confidando che la Chiesa possa fare meglio, vi ringrazio per l’ascolto.
_don Marco_

7 anni sono passati.
Nella tua bonarietà saggia avevi intravisto bene... e ci avevi anche sofferto, senza urlare.
Forse anche per questo il tuo cuore non ha retto.
Senza enfasi né melodrammi,
so che mi capisci, anche se non condivideresti,
citandomi il codice di diritto canonico o qualche stravagante pellegrino celtico.
Buoni sguardi.
Mc 230707

In principio Dio creò l'armonia nelle differenze.
Chi si occupa del magazzino della chiesa Kolbe ha origini salvadoregne.
Chi sta smontando il ponteggio della chiesa Sant'Ambrogio ha origini egiziane.
Chi sta ripulendo la cupola della chiesa Kolbe ha origini peruviane.
Chi si occupa dei nostri anziani ha origini ucraine.
Chi pulisce i nostri ambienti ha origini albanesi.
Chi spesso presiede le messe ha origini etiopi.
Siamo tutti uomini e donne.
Mc 230707

*Poche Messe e sacerdote “condiviso”: le piccole parrocchie animate dai laici*
di Lorenzo Maffei
*Le esperienze di frontiera e le sfide nelle località di periferia al centro della Settimana di aggiornamento pastorale a Lucca*.
Non è solo la garanzia di avere la Messa domenicale. Il punto è capire come, nei piccoli paesi dell’Italia, spesso spopolati e lontani dai servizi, la Chiesa possa davvero essere comunità cristiana viva, che evangelizza: anche se non c’è l’Eucaristia tutte le domeniche, anche se non c’è un parroco residente. Lungo tutto lo Stivale le realtà sono le più varie. Alla Settimana di aggiornamento pastorale promossa dal Centro di orientamento pastorale (Cop) che si è svolta a Lucca dal 26 al 28 giugno scorsi, dedicata proprio alle “aree interne”, quasi il 60% del territorio nazionale, si sono susseguite tante riflessioni e qualche esperienza, non per dare dei modelli, ma per portare alla luce qualche cammino intrapreso. Non a caso, il presidente del Cop, il vescovo Domenico Sigalini, a conclusione delle tre giornate lucchese ha rilanciato un’idea proprio pensando ai piccoli centri e alle unità pastorali: «Potrebbe esser molto utile, in questi anni di ricerca e riforma, un osservatoriolaboratorio, che faccia monitoraggio delle tante esperienze in atto, le valuti e ne selezioni le migliori, standardizzandole affinché siano replicabili, e magari che accompagni chi desidera attivarle».
Durante il convegno le riflessioni principali sono state quelle di Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, e di Paolo Giulietti, arcivescovo di Lucca. Il primo ha invitato tutti i soggetti, civili e religiosi, ad «andare oltre l’idea di territorio locale come “isola”, ma a studiarne le connessioni con il territorio che lo ingloba e l’esterno». Per Giulietti, alla comunità cristiana nelle “aree interne” serve «il primato della concentrazione, individuando spazi e tempi “intensivi” in cui assicurare proposte di qualità» e per far questo è «necessario predisporre una nuova relazione tra Chiesa e territorio, che superi la centralità della parrocchia come intesa finora. Ciò non significa abbandonare l’opportuna cura per la prossimità. A tale scopo, occorrerà istituire nuove forme e figure ministeriali dedicate proprio alla prossimità».
Tra le testimonianze di cammini intrapresi, presentati come nuove frontiere di vita pastorale, c’è stata quella del gruppo oratoriale di Caino nella diocesi di Brescia, una realtà vivace, che vive quasi in un «sinodo permanente» e che oltre all’ordinarietà ha intuito come necessaria anche l’apertura di “Casa Emmaus”, un’esperienza di vita comune tra giovani, che «vuole essere una proposta e una risposta come antidoto all’individualismo, un laboratorio di fraternità – ha raccontato Vittorio De Giacomi –. Si esprime dunque un’immagine della Chiesa quale casa che accoglie, accompagna e innesta nel mondo con una carica positiva di fraternità». Poi la testimonianza di don Alberto Brignoli, parroco di Selvino-Aviatico, nella diocesi di Bergamo, che ha descritto un’unità pastorale composta da cinque comunità nella quale è stato creato un Consiglio pastorale unitario che si riunisce ogni due mesi. «Ogni rappresentate (32, di cui la metà sotto i 50 anni, ndr) porta le varie esigenze della propria comunità all’interno del Consiglio con il quale abbiamo deciso sin dall’inizio che non fosse un organo di tipo consultivo, ma deliberativo. Io non cerco l’approvazione del programma come proposto da me e con pochi altri collaboratori. Se ne discute se ne parla. A volte il programma e le tematiche vanno bene così come presentate, altre volte vengono presentate altre urgenze e tematiche per cui viene accantonata ogni scelta da me fatta e si dà voce alla richiesta delle comunità. Spesso ci troviamo d’accordo sulle scelte, a volte facciamo delle votazioni. Non me la sento di essere quello che decide per gli altri ma ascolto». Don Brignoli, con alle spalle un’esperienza missionaria in Bolivia, si trova suo agio in queste dinamiche e dice che «in linea di massima i laici dell’unità pastorale apprezzano: così si sa delle altre comunità, si sa che cosa fanno, ci sentiamo responsabili, sentiamo di essere valorizzati. Qualcuno a volte poi mi dice: “Ma decidi tu, fai tu”. Si tratta di una cosa naturale per un retaggio di clericalismo abbastanza forte».
in “Avvenire” del 30 giugno 2023

I preti non sono dei consacratori di particole (transustanziatori),
anche se a servizio della comunione ecclesiale presiedono l'assemblea che celebra l'Eucarestia.
Mc 230704

La parrocchia non è un messificio.
Non è nemmeno un rosarificio o un sacramentificio.
E' una comunità di cristiani,
una porzione del santo popolo di Dio,
che è Corpo di Cristo.
Mc 230703

Lettera del Santo Padre al nuovo Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede
A Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Victor Manuel Fernández
Vaticano, 1 luglio 2023
Caro fratello,
Come nuovo Prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede, ti affido un compito che considero molto prezioso. Ha lo scopo centrale di custodire l'insegnamento che scaturisce dalla fede per "dare ragione alla nostra speranza, ma non come nemici che puntano e condannano"[1].
Il Dicastero che presiederai in altri tempi ha usato metodi immorali. Erano tempi in cui più che promuovere il sapere teologico si perseguivano possibili errori dottrinali. Quello che mi aspetto da voi è sicuramente qualcosa di molto diverso.
Sei stato decano della facoltà di teologia di Buenos Aires, presidente della Società Argentina di Teologia e sei presidente della Commissione per la fede e la cultura dell'Episcopado argentino, in tutti i casi votato dai tuoi pari, che in questo modo hanno valorizzato il tuo carisma teologico. Come rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina hai incoraggiato una sana integrazione del sapere. D'altra parte, sei stato parroco di "Santa Teresita" e finora arcivescovo di La Plata, dove hai saputo mettere in dialogo il sapere teologico con la vita del santo popolo di Dio.
Dato che per le questioni disciplinari – legate in particolare agli abusi di minori – recentemente è stata creata una sezione specifica con professionisti molto competenti, ti chiedo di dedicare il tuo impegno personale in modo più diretto allo scopo principale del Dicastero che è “salvare la fede”[2].
Per non limitare il significato di questo compito, bisogna aggiungere che si tratta di "aumentare l'intelligenza e la trasmissione della fede al servizio dell'evangelizzazione, affinché la sua luce sia un criterio per comprendere il significato dell'esistenza, soprattutto di fronte alle domande che pongono il progresso delle scienze e lo sviluppo della società”[3]. Queste questioni, accolte in un rinnovato annuncio del messaggio evangelico, “diventano strumenti di evangelizzazione”[4], perché ci permettono di entrare in conversazione con “il contesto attuale in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità”[5].
Inoltre, sai che la Chiesa “deve crescere nella sua interpretazione della Parola rivelata e nella sua comprensione della verità”[6] senza che ciò implichi un unico modo di esprimerla. Perché "le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell'amore, possono anche far crescere la Chiesa"[7]. Questa crescita armoniosa preserverà la dottrina cristiana più efficacemente di qualsiasi meccanismo di controllo.
È bene che il tuo compito esprima che la Chiesa “incoraggia il carisma dei teologi e il loro sforzo di ricerca teologica” purché “non si accontentino di una teologia da scrivania”[8], con “una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto”[9]. Sarà sempre vero che la realtà è superiore all'idea. In questo senso, abbiamo bisogno che la teologia sia attenta a un criterio fondamentale: considerare “inadeguata qualsiasi concezione teologica che alla fine metta in discussione l’onnipotenza di Dio e, in particolare, la sua misericordia”[10]. Abbiamo bisogno di un pensiero che sappia presentare in modo convincente un Dio che ama, che perdona, che salva, che libera, che promuove le persone e le convoca al servizio fraterno.
Questo succede se "l'annuncio si concentra sull'essenziale, che è il più bello, il più grande, il più attraente e allo stesso tempo il più necessario"[11]. Sai bene che c'è un ordine armonioso tra le verità del nostro messaggio, dove il pericolo più grande si verifica quando le questioni secondarie finiscono per oscurare le centrali.
All'orizzonte di questa ricchezza il tuo compito implica anche una particolare cura per verificare che i documenti del Dicastero stesso e degli altri abbiano un adeguato sostentamento teologico, siano coerenti con il ricco humus dell'insegnamento perenne della Chiesa e allo stesso tempo ospitino il Magistero recente.
La Vergine Santissima ti protegga e ti protegga in questa nuova missione. Ti prego, non smettere di pregare per me.
Fraternalmente.

Mettersi a posto
di Lisa Ginzburg
Il rapporto tra chi osserva e chi è osservato si può intendere come di potere. Un fotografo, per esempio, esercita una forza nei confronti del proprio soggetto, nel momento in cui lo ha scelto e lo fa mettere in posa.
Lo sguardo è una forma di presa di possesso sul soggetto guardato, un atto che cela un’implicita richiesta di adeguamento da parte del “ritratto” alle richieste di colui che lo ritrae. Accade in fotografia, accade in pittura, in scultura, nel cinema: l’osservatore (pittore, fotografo, scultore, regista) si avvale di un astratto diritto di larvata supremazia. Uno stato di cose cui non mancano però luminose eccezioni: come quando la fotografa Diane Arbus racconta il suo adattarsi alle «cose malmesse». Lei che ha saputo ritrarre con sensibilità unica tanti soggetti “strani”, marginali, affetti da deformità, dice che sempre l’imperativo è stato adattarsi lei ai soggetti che fotografava, e non viceversa. «Se qualcosa è fuori posto davanti a me, mi metto a posto io», ha scritto in una illuminante nota sulla sua professione. “Metterci a posto noi”, gli osservatori, davanti a tante condizioni di caos, o malessere, o altro che trovandocelo di fronte ci procura disagio. Avere l’umiltà di essere noi a riposizionarci: quante volte dovremmo farlo, e non ne siamo capaci.
in “Avvenire” dell’8 marzo 2023